Mimmo Paladino ritorna a Milano con una presenza pubblica che riconferma la centralità della sua ricerca nel panorama artistico contemporaneo.

Dopo la grande personale di Palazzo Reale del 2011, è la Sala Stirling di Palazzo Citterio a farsi contenitore e interlocutore di un progetto pensato appositamente per lo spazio e per il pubblico cittadino.
La mostra a cura di Lorenzo Madaro, visitabile fino al 26 luglio 2026, sviluppa un discorso site-specific che mette in campo la lunga esperienza dell’artista con la scultura e il disegno. Al centro dell’allestimento sta la serie dei Dormienti, uno dei cicli più emblematici della sua poetica artistica: trentadue figure in terracotta, ottenute dalla medesima matrice e poi variate e combinate in ragione del contesto spaziale, vengono riallestite in stretto dialogo con la volumetria e la spazialità della Sala Stirling. Il pubblico è chiamato a percorrere liberamente la Sala Stirling, la quale si sottrae al ruolo di semplice contenitore contemplativo per trasformarsi in un ambiente vivo e relazionale: uno spazio in cui il movimento dei visitatori attiva nuove prospettive, produce accostamenti inattesi tra le opere e l’architettura e favorisce una continua rinegoziazione dei significati.
L’uomo contemporaneo abita un tempo di transizione perenne, sospeso tra la frammentazione della memoria e l’angoscia di un futuro indecifrabile. In questa complessità storica ed esistenziale, l’individuo si riscopre spesso esiliato dalla propria stessa storia, schiacciato dal peso di traumi collettivi e da una costante dissociazione tra l’agire e il sentire. È una condizione di fragilità profonda, in cui la ricerca di senso si scontra con l’apparente immobilità di un presente saturato di immagini e privo di punti di riferimento stabili. In questo scenario metafisico e antropologico, l’arte di Mimmo Paladino, e in particolare l’immaginario dei suoi Dormienti, diventa uno specchio potentissimo della crisi contemporanea.
Queste figure sdraiate, rannicchiate e immerse in un sonno enigmatico, incarnano l’archetipo di un’umanità che oscilla drammaticamente tra l’innocenza e la condanna, stimolando una riflessione profonda sulla colpa e sulla vulnerabilità dell’essere. La condizione di queste sculture dialoga in modo viscerale con una celebre frase che Franz Kafka affidò a una lettera a Milena: “Il sonno è l’essere più innocente che ci sia e l’uomo insonne il più colpevole.” Nelle parole di Kafka si consuma il dramma dell’uomo moderno, per il quale la perdita del sonno coincide con la perdita della purezza e l’ingresso forzato nella lucidità della colpa esistenziale. L’insonne è colui che non può sottrarsi alla vigilanza, colui che porta il peso della coscienza storica e delle sue macerie, mentre il sonno rappresenta l’estremo rifugio dell’incontaminato, un ritorno a uno stato di pre-consapevolezza dove il dolore del mondo è temporaneamente sospeso.
I Dormienti di Paladino sembrano abitare esattamente questa faglia protetta; eppure, la loro superficie materica e la loro posa sollevano un interrogativo ambiguo: si tratta di un sonno salvifico o di un sonno subito, di una difesa immunitaria dell’anima o di una resa definitiva alla storia? Questo cortocircuito visivo ed emotivo si amplifica se si scava nella stratificazione culturale dei corpi realizzati dall’artista campano.
A un primo sguardo, la loro immobilizzazione formale evoca immediatamente i calchi inermi degli abitanti di Pompei ed Ercolano, sorpresi e pietrificati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. C’è in quell’archeologia del disastro lo stesso senso di una fine improvvisa, di corpi colti nell’intimità del loro ultimo istante, ridotti a fossili di un’umanità interrotta. Tuttavia, la genealogia formale di queste opere rivela una radice storica e poetica ben diversa e ancor più stratificata, che sposta l’asse della riflessione dalla fatalità della natura alla violenza prodotta dall’uomo. Paladino, infatti, trae ispirazione dai celebri disegni che lo scultore britannico Henry Moore realizzò osservando i cittadini londinesi rannicchiati nei ricoveri sotterranei durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. In quei tunnel della metropolitana, adibiti a rifugi antiaerei, Moore non colse la disperazione urlata o il panico distruttivo, bensì una straordinaria e paradossale forma di resistenza biologica e spirituale. Le persone stipate nel sottosuolo, lungi dall’assumere una postura tragica, contratta e intimorita dalla minaccia della distruzione che premeva sopra le loro teste, parevano abbandonarsi a un sonno profondo, quasi stessero sognando.
Questo slittamento semantico è il nucleo vitale che Paladino eredita e reinterpreta per l’uomo contemporaneo. Il corpo rannicchiato, che nella tragedia pompeiana è il sigillo della morte, nei disegni di Moore e nelle sculture di Paladino diventa il guscio dell’istinto di sopravvivenza, un atto di sottrazione radicale alla logica della guerra e del dolore. Dormire sotto le bombe, o dormire nel mezzo del nichilismo contemporaneo, non è un atto di codardia o di passiva indifferenza, ma l’affermazione di un diritto all’innocenza kafkiana.
È il rifiuto di farsi consumare dall’insonnia della colpa collettiva. Il sogno diventa così l’ultimo spazio politico e intimo rimasto all’individuo: una dimensione sotterranea e inaccessibile al potere, dove il trauma storico viene rielaborato e trasformato in mito. Nello sguardo dell’osservatore odierno, i Dormienti smettono di essere semplici simulacri di un passato doloroso e si rivelano come i custodi di una segreta speranza, testimoni di un’umanità che, pur ferita e costretta a nascondersi nelle viscere del tempo, custodisce nel sonno la propria inalienabile dignità e la promessa di un risveglio.
EXHIBITION VIEW
INFO
PALADINO
Milano, Palazzo Citterio (via Brera 12)
16 maggio – 26 luglio 2026











