DATA: 2044.03.18 — 23:41:07 — Mittente: Gandhari — Destinatari: Arjun / Mala — Classificazione: NON DISTRIBUIRE — DISTRUGGERE DOPO LETTURA
Arjun. Mala.
So che avete già parlato tra voi prima di aprire questo file. So che avete già deciso cosa fare di quello che state per leggere. E so che quello che avrete deciso sarà, come tutto quello che fate, eseguito con precisione sufficiente e documentato in modo da non lasciare traccia delle decisioni reali. Vi conosco dai tempi dell’Accademia. Non deludete mai.
Non scrivo per convincervi. Scrivo perché mia figlia ha quattro anni e mio figlio ne ha tre e domani non ci sarò più e voglio che qualcuno sappia cosa è successo. Anche se quel qualcuno siete voi, che lo sapete già. Voglio che voi sappiate che lo so. E che viviate con questa consapevolezza.
Yudhishthira me lo ha detto.
Non tutto in una volta. Me lo ha detto in frammenti, nei mesi dopo che era tornato da quella finestra di tiro. In frammenti, perché non riusciva a tenerlo tutto insieme nello stesso momento senza cercare di abbandonarsi alla deriva al di fuori della base lunare. La città dove era cresciuto. La capitale. I ventiquattro anni che aveva passato lì, prima di essere reclutato per questo programma che avrebbe dovuto essere ricerca, avrebbe dovuto essere esplorazione, avrebbe dovuto essere il modo in cui la specie si salvava dall’unica cosa che non si riesce a fermare con la volontà. Invece era questo. Era un sistema di precisione costruito su questo satellite per colpire bersagli terrestri con una precisione che nessuna arma atmosferica avrebbe mai potuto eguagliare, e voi lo sapevate. Dall’inizio. Prima che firmassimo i contratti. Prima che salissimo a bordo. Prima che diventassimo una famiglia su questa base che avrebbe dovuto essere temporanea e che temporanea non sarebbe mai stata, e questo lo sapevate anche voi.
Trentadue milioni e settecento mila persone. Era preciso nel numero. Era sempre preciso. Era stato lui a calcolare il raggio di dispersione dell’onda termica. Era stato lui a ottimizzare la traiettoria per massimizzare la penetrazione degli strati di detriti. Il lavoro era impeccabile. Lo è sempre stato. E voi gliene avete dato un altro quando ha cominciato a cedere. E un altro. E un altro. E un altro. Perché aveva ancora le mani più ferme di qualsiasi altro operatore sulla base e perché un tecnico che cede è più pericoloso di un tecnico che uccide.
Non è morto per un cedimento della tuta.
So cosa avete messo nel referto. Arjun, so che hai firmato tu. So che il profilo di quella lacerazione non corrisponde a un cedimento strutturale perché Yudhishthira me lo ha spiegato come funzionava il suo lavoro e quello che mi ha spiegato include la fisica delle superfici sotto pressione differenziale. So che un buffer di telemetria non perde quarantasette secondi per interruzione del ciclo a meno che il ciclo non venga interrotto. So che il rapporto di Z-003 è stato ritirato su richiesta. Non so se siete stati voi a chiederlo o se avete lasciato fare a Vikram e Priya. Non fa differenza. Eravate tutti qui. Avete tutti usato il suo lavoro. Avete tutti avuto ragioni per eliminarlo.
Vikram piange al viewport. L’ho visto. Sa esattamente cosa c’è in quel colore che la Terra ha preso negli ultimi due anni, perché quel colore lo ha aiutato a costruire lui, da questa distanza, con quella precisione che rendeva tutto così pulito da qui e così totale là. La distanza non assolve. Organizza soltanto. Yudhishthira lo aveva capito. Ecco perché doveva smettere.
Vi chiedo una cosa sola. È l’unica cosa che ho ancora il diritto di chiedere.
Tara e Ketu.
Non voglio che crescano sapendo questo. Non voglio che crescano senza saperlo. Questo è un paradosso che non so risolvere e lo lascio a voi, perché siete voi che avete costruito un posto in cui i paradossi si gestiscono invece di risolversi. Quello che voglio è che sopravvivano. Che abbiano qualcuno che li guardi. Che abbiano abbastanza da mangiare e abbastanza spazio per diventare qualcosa che io non riesco a immaginare da qui, da questo momento, in questo modo.
Mala, ti chiedo di occuparti di mia figlia. Non perché mi fidi di te, ma perché sei una madre e questo significa ancora qualcosa, anche in un posto dove quasi nulla significa quello che dovrebbe.
Arjun, ti chiedo di ricordare che mio marito ha calcolato traiettorie per voi per anni senza sbagliare di un metro. E che quello è stato il suo errore più grave. Non i calcoli. La precisione. L’aver creduto che fare bene una cosa fosse una forma di partecipazione invece che di complicità.
Voi quattro avete portato qui le nostre famiglie sapendo che nessuna di noi avrebbe potuto fare ritorno a meno di avere la testa su una picca. Non perché lo abbiate deciso voi — i corpi erano già scritti, il programma Marte era già cancellato prima che firmassimo, e questo lo sapevate. Avete scelto di non dirlo perché una missione ha bisogno di menti disposte a credere in una direzione, e le menti che credono in una direzione fanno quello che viene chiesto senza calcolare il rapporto costi benefici prima. Yudhishthira ha fatto esattamente questo. Ha fatto quello che veniva chiesto. Fino a quando non ha più potuto.
Non vi perdono. Non è una cosa che ho la forza di fare da qui e non so se sarebbe giusto disporne con voi anche se ne avessi. Ma vi chiedo di fare in modo che i miei figli non diventino quello che siete diventati voi. Non per cattiveria ma per necessità, come chiamate voi tutto quello che non volete guardare per quello che è.
I disegni sul pavimento li ha fatti Tara. Il soggetto è suo padre che guarda fuori dal viewport. Non glielo ho insegnato. L’ha capito da sola.
Ha quattro anni.
Gandhari



