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GIUNGLA, I parte | Ora et labora

Si è conclusa qualche giorno fa a Lucca GIUNGLA, festival di arte contemporanea giunto alla sua quinta edizione, quest’anno si è interrogato intorno al concetto di RADICALE e alle sue derive di senso, chiamando a esprimersi artisti e ricercatori al mercato del Carmine di Lucca.

Ecco il resoconto del festival.

A Irene Panzani piacciono molto le etimologie.
Spesso lo antepone, questo fatto, alle più disparate conversazioni, quasi che fosse un valore, una filosofia, un’intolleranza che è bene dichiarare.

Ai primi di maggio (dal 3 al 5), in questa primavera nata anziana, uno si aggira tra le campate chiare del Carmine con la testa declinata a cascata attorno a un paio di termini.

Sul cartellone d’ingresso di Ora et Labora, che presta il volto a occasionali colpi di vento, l’immancabile dispiegamento etimologico della curatrice. È cosa nota, il banco di nubi in cui affoga il passante medio quando l’arte contemporanea gli si para davanti. Facile dunque immaginarli tutti intenti a rigirarsi quella parola che hanno letto, “radice”, nel cavo cerebrale, sfregarla con la pietra pomice, grattugiarne giù la molteplicità dei sensi: “radicato […] l’appartenenza a una terra”, “radicale […] giacobino, innovatore, liberal, libertario, novatore, progressista”.

La parola, isola d’Itaca tra noi e l’infinito mare, noi tutti drappeggiati ai suoi spigoli, desiderosi di trarne la verità. Dov’è la radice, negli omini di Paolinelli? E Renda sarà più radicato o più radicale? E c’è anche chi entra per amore di questo posto, già mercato cittadino, da troppi anni lasciato derelitto, magari cercando quel focolare di Vesta che è l’anima dei luoghi e resuscitarlo, obbedendo alla pietas urbana. Nasi verticalizzati nell’incanto – «è enorme» – c’è anche chi registra i colpi ritmati che si rincorrono sulle vele del soffitto, e subito domanda a che punto stanno i lavoratori di ripristino. Ma non sono operai, tocca rispondere sorridenti: è il video di Gözde Mimiko Türkkan.
Intenzionalmente o meno, è lei l’attività cardiaca del Carmine. Nello schermo c’è una donna viva e una terra morta. La terra è la Turchia devastata dalle calamità naturali. Ginocchioni tra i cretti, Türkkan tempesta la natura matrigna di pugni. La sua forza si dispiega nelle zolle, proiettata dalla disciplina delle arti marziali: fattasi terra, Türkkan aggredisce la terra e il tamtam si sprigiona tra i pilastri, col suo vestiario di furia e vitalismo. Siamo tra radici che non vogliono morire.

Contraltare a Türkkan è Josse Renda, spremuto fuori da qualche testo jodorowskiano, con la sua giovinezza endogena e quell’euforia mercatale e mistica a un tempo. Porsi di fronte alle sue opere comporta l’incontro con un mondo di archetipi e singolarità vibranti, come la reliquia che si allarga sul pavimento, specchio e creta, nitore e colore, come un bouquet barocco da destinare ai caduti. È a Masaniello che Renda si ispira, radicale partenopeo, eroe della plebe immolato e poi trafugato, quando i Borbone ne violarono la tomba e ne dispersero lo scheletro da sovversivo. Rievocato nell’antico mercato, Masaniello è immagine, è scultura, è musica e video. Come un dio tutelare, si scompone nei vari sensi e si disperde nel luogo che più gli appartiene.

Ci sono poi i due David, la duplice apparente naïveté di Ora et Labora. L’opera di Lucchesi, che Panzani paragona al dispiegamento di un abbecedario, ruota attorno a dati elementari, denti lingue conigli che si spalmano sul muro con pennellate grezze, immortalati con sintesi e istantanee, con titoli-chiodi che hanno talvolta l’ombra del rebus. Così è lo spirito dell’osservatore, di un’infanzia trascorsa sul lago di Massaciuccoli, isolando il singolo dal brulichio del molteplice. Boschiva e non lacustre è la natura di Paolinetti, l’altro David, che eredita incanti e oscurità della fiaba per riverberarli sulla brutalità delle sue tele. Un’estetica rupestre, che vomita colori e forme elementari. Le grandi pitture si spargono sulla parete, ma gli omini in argilla e ottone, questi bambini distrutti dall’oggi, si sparpagliano sul pavimento, quasi figli dell’incubo alle loro spalle. Un’art brut, quella dei due David, che ha tutti i succhi della radice.

C’è poi Tatiana Villani, donna di metamorfosi, che lascia qui da parte le sue ceramiche-organismi per riproporre i suoi Körperland, i suoi paesaggi corporei. Con un materiale fotografico che tratta fino a simulare il pittorico, Tatiana riduce i contorni del corpo, avvicinando lo sguardo fino a destrutturarne le forme. Ecco colline carnali, pietre porose e forme di vita dalla confusa tassonomia, fungo lichene batterio, che si affoga in un filtro seppia, come certe immagini scientifiche, come certe memorie. Ma è corretto parlare di tempo? O il mondo che dipinge è sempre stato e sarà sempre? Tatiana Villani raccontò una volta di avventure sci-fi, di corpi in transizione, di strategie di sopravvivenza. E per molti versi si ha l’impressione di non coglierla mai appieno, presa com’è nella trasmutazione, Circe-Calipso che cammina tra noi.

Bertrand Dezoteux appartiene a un mondo liminale, ancora da determinarsi. Aleggia nei canali extracorporei del digitale, tra sbriciolamenti di poligoni e sfarfallamenti di texture, componendo realtà aliene, a cavallo tra la luce di Salvador Dalí – che investe con cattiveria l’assurdo e l’incredulità di chi lo guarda – e gli inferni di Hieronymus Bosch. Dei suoi video, caratterizzati dall’estetica della tecnologia invecchiata, si espongono acquarelli, visioni, istantanee estranianti di organismi dai colori isterici e paesaggi saturi di desolazione. Qui sono altre radici, che possono appartenerci, ma la cui memoria è ormai dispersa, come quando uno osserva una vecchia polaroid, una casa abitata nell’infanzia, un tempo così grande, oggi inspiegabilmente ridimensionata, pertanto ignota.

Ora et Labora inaugurava venerdì con la musica di Senti Tuoni e Lo Stato Brado. Per tutto il periodo di allestimento, sonorità pirata si acquattano tra i divani e nei bagni, ed è l’opera della Fondation Lab’Bel (Silvia Guerra, Seb Emina). Five Radio Stations interseca le voci di Keren Cytter, Benedikt H. Hermannsson, Hylozoic/Desires, Daniel John Jones e Seb Emina, Emeka Ogboh. Storie che si accavallano, voci di mercato a popolarlo come spettri. A rompere il tessuto, lo sporadico grido dei bambini che, nell’ultima domenica di vento e sole, colonizzano la basilica sulla scia di Josse Renda, Cinzia Turla e i loro giochi di foglie e creta.
Domani il mercato sarà chiuso. Ma radice salda sugge anche al buio

GLI ARTISTI

Bertrand Dezoteux, David Lucchesi, David Paolinetti, Josse Renda, Gözde Mimiko Türkkan, Tatiana Villani,
Five Radio Stations (con Keren Cytter, Benedikt H. Hermannsson, Hylozoic/Desires, Daniel John Jones e Seb Emina, Emeka Ogboh).

INFO

GIUNGLA 2024
Radicale
3-5 maggio, il mercato del Carmine, Lucca

www.giunglafest.it
FB e IG: @giungla.fest

foto; Melanie Angeloni 

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