#studiovisitonline: SIMONA COZZUPOLI

In questa situazione di massima emergenza abbiamo pensato di organizzare degli StudioVisit on line dove, in maniera virtuale, entriamo nei luoghi dove gli artisti realizzano, in questo periodo di quarantena, le loro idee creative e chiacchieriamo un po’ con loro della loro arte, delle varie opere, del particolare momento in cui stiamo vivendo e scopriamo quale è il loro Manuale di sopravvivenza alla quarantena.
L’appuntamento di oggi è con: SIMONA COZZUPOLI

IL VIDEO 

LA GALLERY 

Le immagini dei suoi lavori scelta dall’artista

CHI E’ SIMONA COZZUPOLI

Sono nata a Milano il 18 dicembre 1977, di domenica. Forse è stato quest’ultimo fatto in particolare a determinare la mia indole contemplativa.

Contemplando le parole, ho scoperto che il verbo“contemplare” deriva dal latino “templum” . Prima di riferirsi all’edificio sacro (tempio), il “templum” indicava la porzione circolare di cielo che il sacerdote etrusco descriveva con un apposito bastone per osservarvi il volo degli uccelli e trarne il responso degli Dei, ritenuto indispensabile per le decisioni degli uomini in diverse circostanze. Dal significato di “osservare il volo degli uccelli”, “contemplare” ha assunto poi quello più generale di “sollevare il pensiero e lo sguardo verso l’alto, verso qualcosa che susciti meraviglia, con atto prolungato e intenso”.

​Le mie creazioni nascono dalla contemplazione di idee e sono la concretizzazione o trascrizione oggettuale di riflessioni che ruotano attorno ai temi dell’infanzia e dell’origine (dell’umanità e delle parole), del gioco, del sacro, dei simboli e degli archetipi, della divinazione, del caso e, sempre, della meraviglia, intesa come “ponte” verso una modalità conoscitiva intuitiva e preconcettuale. Come un koan, cioè un’affermazione paradossale che non può essere intesa dall’intelletto, la meraviglia crea le condizioni per un superamento della conoscenza/interpretazione razionale della realtà, mettendo in luce i limiti della logica e del ragionamento.

Filo conduttore delle mie opere è proprio la meraviglia, ricercata attraverso un processo compositivo per montaggio, in cui è implicita la decontestualizzazione degli oggetti. Proprio lo spaesamento delle immagini, che tolte dal loro contesto rivelano sensi imprevisti, è all’origine dello stupore.

Quando ci stupiamo, siamo sor-presi, letteralmente “presi sopra”, assaliti dall’alto dall’evento imprevisto. Se inizialmente restiamo fermi, come indica il radicale st di stupore, e “attoniti”, cioè come storditi dal tuono, in un secondo momento accade qualcosa di interessante: quella mescolanza di timore e curiosità verso ciò che ha sconvolto improvvisamente la comprensione di noi stessi e del mondo, diventa uno stimolo a conoscere. Sapersi stupire davanti alla realtà, anche quotidiana, e mantenere la condizione di sorpresa e di meraviglia è il senso dello stupore come principio della filosofia.

Dallo stupore può nascere l’illuminazione, che non è un’esperienza soprannaturale, ma semplicemente un riconoscimento della realtà, un “saper vedere” senza schemi mentali precostituiti. “La conoscenza di se stessi è illuminazione” si legge nel “Tao te Ching”. E le “intuizioni” (dal latino “in”: dentro e “tueri”: guardare) nascono infatti dal “guardare dentro” di sé o, che è la stessa cosa, dall’attingere fuori, alla coscienza cosmica.

Tra le mie fonti di ispirazione, basate sul gusto per la meraviglia, ci sono le Wunderkammer, insieme alla pittura metafisica, ai rebus, alle mnemotecniche, agli assemblaggi e ai collages, dove a stupire è la giustapposizione inaspettata delle immagini. Accanto si pongono la realtà “altra” del circo, dove si esibiscono “mirabilia” viventi, e l’atmosfera fiabesca della mitologia, con la sua ricca varietà icononografica di creature ibride che confluiranno nei bestiari fantastici del Medioevo.

Di particolare importanza è stato poi il mio incontro con la dimensione onirica di “Alice nel paese delle meraviglie” (quella di Lewis Carroll e la versione cinematografica di Jan Svankmajer), dominata da una visione lucida e ad occhi chiusi.

Attraverso il disegno, la sperimentazione delle potenzialità espressive della carta e la scelta di “oggetti interessanti”, ossia evocativi ed emozionanti, concretizzo le mie riflessioni.

Le bamboline souvenir in costume folcloristico che utilizzo nelle Bacheche, spogliate dei loro abiti tradizionali locali, simboleggiano sia gli esseri umani nell’epoca della globalizzazione, in cui l’omologazione è una parodia dell’uguaglianza, sia ciò che accomuna tutta l’umanità indipendentemente dall’epoca e dalla civiltà. Come manichini metafisici o automi in miniatura, le bamboline sono per me l’idealizzazione del concetto di essere umano.

Nelle scatole di legno con coperchio scorrevole che contenevano giochi per bambini (domino, puzzle, carte, dadi) ho costruito stanze in miniatura contenenti, a loro volta, altri giochi.

Concepisco le mie opere come pezzi di un’ideale wunderkammer: supporti concreti per andare “metà ta physikà”, “oltre le cose fisiche”, nella dimensione ludica della curiosità e della meraviglia.

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