Intervista – UN PITTORE-VIAGGIATORE: NICOLA MAGRIN Con l’acquerello racconto il mio mondo

Nicola Magrin è un disegnatore il cui linguaggio espressivo muove dallo stupore per la forma ed il racconto. La sua tecnica ad acquarello lascia comparire sulla carta granulosa sagome intrise di silenzio ed eleganza.

Le sue composizioni si sposano bene con la parola: segno e scrittura divengono allora parte di unico significato. Le sue copertine si distinguono per la loro rara capacità di destare un’impressione di profonda attinenza alla materia letteraria.

Magrin ha illustrato l’opera di Primo Levi (Einaudi), Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi), Il silenzio di Erling Kagge (Einaudi), Alpi ribelli di Enrico Camanni (Editori Laterza), Le antiche vie di Robert Macfarlane (Einaudi) e i volumi di Tiziano Terzani (editi da Tea). Ha illustrato anche il libro di Folco Terzani, figlio di Tiziano, Il Cane, il Lupo e Dio (Longanesi 2017). Per i grandi classici ha illustrato Il richiamo della foresta di Jack London nella traduzione di Gianni Celati (Nuages). Nel 2019 illustra il libro di Federico Rampini, L’oceano di mezzo (Editori Laterza) e la favola scritta da Ester Armanino, Una balena va in montagna (Salani Editore). Nel 2020 il libro Passi silenziosi nel bosco di Hugo Pratt, Nicola Magrin e Marco Steiner (edito da Nuages). Sembra incredibile ma con una paletta di colori straordinariamente essenziale (blu, verde, nero, ocra) sfrutta magistralmente le potenzialità evocative di questa tecnica da acquerello ed esplora i silenzi, le luci, la natura e gli abitanti di un paesaggio alpino universale.

Magrin per molti mesi l’anno vive in una baita sperduta in montagna, in alta Valtellina, ma per il resto dell’anno lavora a Monza, in uno spazio ideale per la sua pittura, a suo modo una replica di una baita, attorniato da attrezzi da lavoro, da vecchie bici da corsa, dai libri che ama e dai disegni di quelli che chiama i suoi maestri: Hugo Pratt e Folon tra gli altri, artisti che si sono distinti per il linguaggio poetico delle loro figure. Ed è proprio qui che lo incontro…

Perché disegnare ad acquerello?

Penso che questa tecnica letteralmente mi abbia chiamato. Ad un compleanno, da piccolo, mia zia Paola mi regalò una scatola di primo approccio all’acquerello, e da allora sono rimasto fedele a questa forma d’arte. Senza nessun insegnamento, ho capito lì che mi veniva spontaneo disegnare ad acquerello.

I tuoi modelli sono sempre stati Hugo Pratt e Michel Folon?

Da sempre, All’inizio volevo emulare la loro arte. Però sono contento che, col tempo, ho sedimentato questi modelli e ho voluto continuare per la mia strada, con un mio stile, un mio segno distintivo. Certamente resta in me un grande rispetto per Pratt e Folon. Come loro, amo far danzare sulla carta il pennello intinto nell’acqua marcia. 

Quale deve essere la caratteristica principale di un artista che lavora ad acquerello?

La pazienza. Occorre ascoltare i battiti del proprio cuore. È come respirare. Non bisogna sforzare troppo il respiro perché risulterebbe una forzatura, ma non bisogna nemmeno abbandonarsi ad una flemma che non va bene. Certe volte penso che disegnare ad acquerello sia come suonare il violoncello, devi ascoltare il tuo cuore, la tua mente, e alla fine devi far scivolare la tua idea su un semplice foglio di carta, un oggetto umile e antico.

Capita di disegnare e poi… sbagliare e buttare tutto nel cestino?

Capita, si, e ben venga. È come inciampare in montagna, forse capisci che devi stare più attento e magari cambiare sentiero. L’acquerello nel mio cammino di vita mi ha insegnato anche questo.

La cosa più fondamentale quando inizi a disegnare?

L’acqua fresca, è fondamentale. E un solo pennello. Perché con uno, come nella calligrafia orientale, puoi fare un segno più fine e uno più ampio. Questione di mano. Poche cose insomma, meno hai meglio stai. E così dipingo subito su carta, senza fare alcun disegno a matita a prima.

Qui però vedo anche un pennello gigante…

E’ un pennello giapponese da scrittura. Non ci crederai ma con questo pennello si possono scrivere segni piccoli e grandi, è una questione di mano, di sensibilità.

Come mai la scelta di vivere d’estate in una baita d’alta montagna?

Il mio sogno è sempre stato avere una baita. La mia casa del cuore. E l’ho esaudito: per 3 mesi vivo in Valmalenco, a Chiareggio, a circa 1700 metri. Quando sono lì, sono isolato ma in un quarto d’ora arrivo dove posso fare la spesa. Mi disintossico non solo dalla città ma anche dal mio lavoro. In quei mesi estivi in montagna trovo delle risposte: amo vivere a contatto con la natura, camminare, far fatica, lavorare con le mani. In baita la realtà è spartana: per esempio non ho l’acquedotto. Ho sempre qualcosa da fare. Torno alla sera stanco, ma sento l’odore del bosco, il rumore del torrente.

Nicola Magrin raccontato da Nicola Magrin: chi è?

Un sognatore che vuole fare una vita bella e semplice. Non ho bisogno di tante cose, perché penso che quello che ci serva sia già dentro di noi. Con il mio lavoro io porto fuori di me quello che ho io.  Esterno le mie emozioni, i miei sentimenti. E poi li faccio scivolare sulla carta.

Foto di Claudio Moschin

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