Nel momento in cui la violenza sembra l’unica lingua condivisa, fare arte di qualità è già una posizione. Non un rifugio, non un’evasione: una scelta su come stare nel mondo e su cosa vale la pena sostenere.
Galleria Continua lo pratica da trentasei anni a San Gimignano, costruendo una programmazione che non insegue il mercato né le tendenze, ma seleziona artisti per i quali il processo è già pensiero e la forma è già contenuto. Due mostre aperte simultaneamente lo confermano: Antony Gormley nel teatro con What Holds Us, Nikhil Chopra e Uriel Barthélémi nell’Arco dei Becci con EMBERS / BRACI. Stesse date, stessa città, nessuna concessione al contemporaneo facile, ma un interscambio poetico e concettuale che attraverso la bellezza porta arte e cultura a chi sceglie di fermarsi a guardare.
ANTONY GORMLEY
WHAT HOLDS US
Antony Gormley occupa il teatro con What Holds Us, installazione site-specific che trasforma l’edificio in un organismo stratificato.
Nel cuore di una stagione storica attraversata da conflitti, fratture geopolitiche e una crescente anestesia emotiva, Antony Gormley sceglie di rispondere con una domanda invece che con una dichiarazione. What Holds Us non è una mostra che impone un percorso, ma un campo gravitazionale di presenze, vuoti, superfici e attriti. Una riflessione sul corpo come misura fragile dell’abitare contemporaneo.
Ad aprire il percorso sono tre forme monumentali in pietra vulcanica. Figure che sembrano emergere direttamente dal nucleo terrestre, come reperti di una civiltà post-umana o sentinelle esauste appoggiate alle mura quattrocentesche dello spazio espositivo. Gormley rovescia la funzione classica della cariatide. Se la cariatide sosteneva l’architettura trasformando il corpo in struttura, qui il corpo appare dipendente dall’architettura, vulnerabile, quasi schiacciato dalla necessità di trovare appoggio.
Non c’è monumentalità celebrativa. Le superfici grezze, tagliate meccanicamente ma lasciate esposte nella loro natura minerale, trasmettono una precarietà quasi commovente. Una figura sembra cedere sotto il peso del muro, un’altra vi si affida con disperazione, una terza mantiene un’apparente verticalità che però tradisce un bisogno di protezione. Gormley rifiuta ogni lettura narrativa. Non costruisce personaggi, ma condensazioni di stati emotivi, registrazioni fisiche di un istante umano. Ogni opera nasce infatti dal calco di un gesto reale del suo corpo contro il muro, nel tentativo di trasformare la scultura in traccia temporale più che in rappresentazione.
La mostra cambia radicalmente registro entrando in Inner City, un ambiente realizzato in cartone che agisce come controcampo della pesantezza litica iniziale. Qui il visitatore non è più spettatore disciplinato, ma corpo chiamato all’esperienza. Gormley invita esplicitamente a infrangere la distanza museale, a usare mani, ginocchia, respiro. Attraversare l’opera significa tornare a una percezione primaria dello spazio, quasi infantile, in cui l’architettura smette di essere sfondo funzionale e torna a diventare organismo vivo.
Il cartone, materiale povero e transitorio, assume una forza concettuale decisiva. È il residuo dell’epoca logistica, il simbolo dell’economia della consegna continua, dell’iperproduzione e della circolazione incessante delle merci. Gormley ne fa una materia vulnerabile e collettiva. Non scolpisce l’eternità, ma la precarietà sistemica del presente. Le strutture sembrano città temporanee, rifugi, cavità mentali più che edifici. L’architettura diventa allora una proiezione psichica: deposito di paure, desideri, memorie corporee.
Il titolo What Holds Us smette così di indicare soltanto ciò che ci sostiene fisicamente. La domanda riguarda anche ciò che tiene insieme una comunità nel momento in cui tutto sembra orientato alla separazione. Gormley suggerisce che l’identità non esista come entità autonoma, ma soltanto nella relazione con gli altri corpi e con gli spazi condivisi. La città stessa appare come un’estensione del corpo collettivo.
In questo senso la mostra assume un valore quasi politico senza mai diventare didascalica. In un tempo dominato dalla distanza, dall’osservazione schermata e dalla paura del contatto, Gormley tenta di riattivare una forma di esperienza diretta. Chiede al pubblico di entrare dentro la scultura, di abitarla, perfino di sostarvi senza scopo. Come se l’arte potesse ancora funzionare come esercizio di prossimità e non soltanto come superficie da contemplare.
L’ARTISTA

Le opere di Antony Gormley (Londra 1950) sono state esposte ovunque nel Regno Unito e in tutto il mondo in mostre allestite nelle seguenti istituzioni: Museum SAN, Wonju, (2025); Musée Rodin, Parigi (2023); TAG Art Museum, Tsingtao (2023); Lehmbruck Museum, Duisburg (2022); Museum Voorlinden, Wassenaar (2022); National Gallery Singapore, Singapore (2021); Schauwerk Sindel-fingen, Germania (2021); Royal Academy of Arts, Londra (2019); Delo, Grecia (2019); Galleria degli Uffizi, Firenze (2019); Philadelphia Museum of Art, Stati Uniti (2019); Long Museum, Shanghai (2017); National Portrait Gallery, Londra (2016); Forte di Belvedere, Firenze (2015); Zentrum Paul Klee, Berna (2014); Centro Cultural Banco do Brasil, San Paolo, Rio de Janeiro e Brasilia (2012); Deichtorhallen, Amburgo (2012); Ermitage, San Pietroburgo (2011); Kunsthaus Bregenz, Austria (2010); Hayward Gallery, Londra (2007); Malmö Konsthall, Svezia (1993); Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk (1989). Tra le opere pubbliche permanenti si ricordano Angel of the North (Gateshead, Inghilterra), Another Place (Crosby Beach, Inghilterra), Inside Australia (Lake Ballard, Australia Occidentale), Exposure (Lelystad, Paesi Bassi), Chord (MIT – Massachusetts Institute of Technology, Cambridge, MA, Stati Uniti) e Alert (Imperial College London, Inghilterra).
Gormley è stato insignito del Turner Prize nel 1994, del South Bank Prize for Visual Art nel 1999, del Bernhard Heiliger Award for Sculpture nel 2007, dell’Obayashi Prize nel 2012 e del Praemium Imperiale nel 2013. Nel 1997 è stato nominato Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico e nel 2014 è stato insignito del titolo di Cavaliere nella lista delle Onorificenze di Capodanno. Nel 2025 è stato nominato Companion of Honour per i suoi servizi all’arte nella King’s Birthday Honours list. È Honorary Fellow del Royal Institute of British Architects, Dottore Honoris Causa dell’Università di Cambridge e Fellow dei Trinity e Jesus Colleges di Cambridge. Dal 2003 è membro della Royal Academy.
Dal 23 maggio al 20 settembre 2026 il Royal Museum of Fine Arts Antwerp (KMSKA) di Anversa (Belgio) ospiterà una mostra personale dell’artista dal titolo Antony Gormley.Geestgrond, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev.
NIKHIL CHOPRA
CON URIEL BARTHÉLÉMI
EMBERS / BRACI
Nell’Arco dei Becci, Nikhil Chopra e Uriel Barthélémi presentano EMBERS / BRACI, aperta con una performance di tre ore il giorno dell’inaugurazione. I grandi disegni esposti sono stati creati durante Fire x Fire – Ignition e Fire x Fire – Combustion, le performance in due parti tenutesi a La POP e alla Monnaie de Paris nell’autunno del 2024. Qui tornano come residui attivi, non come archivio.
La pratica di Chopra è costruita sulla coincidenza tra atto e opera: il corpo come luogo, il tempo come medium, il processo come contenuto. Non c’è studio, non c’è distanza tra il fare e il mostrato. Quello che vedi nei disegni è la traccia di qualcosa che è già avvenuto e che sta per avvenire di nuovo, perché la performance del 9 maggio ridisegna il paesaggio in tempo reale mentre Barthélémi percuote la batteria. Suono e segno si costruiscono simultaneamente, e il risultato è un’opera che non puoi possedere completamente, nemmeno come spettatore presente.
Il fuoco è il soggetto dichiarato, nella doppia valenza che il titolo suggerisce. EMBERS, braci: ciò che rimane dopo la combustione, ancora caldo, potenzialmente vivo.
La domanda che Chopra pone, come il fuoco ferisce e come consola, appartiene alla tradizione degli elementi come categoria filosofica, non a un ecologismo di facciata. L’urgenza ecologica e politica della mostra emerge dal materiale stesso, non da un programma dichiarato.
Il rapporto con Barthélémi dura dal 2016, da Floating Cities and Loaded Dice alla Gare du Nord di Parigi, dove i due costruirono una narrazione simbolica sulla condizione dei rifugiati. Da allora il dialogo si è affinato: due pratiche che condividono la refrattarietà alle categorie, la fisicità, la dimensione performativa come orizzonte comune piuttosto che come mezzo accessorio.
EMBERS / BRACI segna anche un ritorno. Chopra ha appena concluso la curatela della Biennale di Kochi-Muziris, For the Time Being, chiusa a fine marzo 2026. Questa mostra è la prima opera dopo quella parentesi, e si avverte: c’è qualcosa di una ripresa del filo, di una riattivazione. Le braci, appunto.
GLI ARTISTI

Nato nell’attuale Kolkata nel 1974, Nikhil Chopra ha completato la sua formazione artistica negli Stati Uniti. Ha presentato le sue prime performance a Berlino e ha proseguito la sua carriera all’estero prima di tornare a Goa, dove
nel 2014 ha fondato HH Art Spaces, uno spazio gestito da artisti. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni internazionali e sono state esposte in musei di rilievo come la Tate Modern di Londra, il Metropolitan Museum of Art di New York e il Centre Pompidou di Parigi. Le sue performance sulla scena artistica e teatrale internazionale hanno avuto inizio nel 2008, quando è stato invitato a partecipare a Time Crevasse (Yokohama Triennale), Kunstenfestivaldesarts (Bruxelles), Making Worlds (53ª Biennale di Venezia), Performa (New Museum) e Marina Abramović Presents (Manchester International Festival, Whitworth Art Gallery). Dopo una borsa di ricerca annuale presso Interweaving Performance Cultures alla Freie Universität di Berlino nel 2011, è tornato alla Whitworth Art Gallery per realizzare un progetto personale per il Manchester International Festival nel 2013, ottenendo ampi consensi per la performance Coal on Cotton. Tra il 2014 e il 2017 ha partecipato alla Kochi-Muziris Biennale, alla Biennale dell’Avana, alla 12ª Sharjah Biennial e a documenta 14. Nel 2019 ha presentato una performance solista della durata di nove giorni, Lands, Waters and Skies, al Metropolitan Museum of Art di New York. Nel 2024 è stato protagonista ad Asia Now, ospitata alla Monnaie de Paris, con la performance Dancing with Myself. Nel 2026 ha assunto il ruolo di curatore della 6ª Kochi-Muziris Biennale in collaborazione con HH Art Spaces.
Uriel Barthélémi è un artista poliedrico, batterista e musicista elettronico. Il suo linguaggio combina batteria, sintetizzatori modulari, installazioni, programmazione audio e video e composizione. Infonde in ogni suo progetto questa identità multiforme, densa e inclassificabile. Lavorando sulla connessione tra batteria e computer, ha collaborato, a partire dal 2002, in numerosi ambiti delle arti performative: danza, teatro e arti visive. Questi molteplici temi lo hanno portato a riflettere sui concetti di performance e improvvisazione, a considerare la plasticità e la fisicità del suono attraverso un’immersione spaziale, a interrogarsi sul ruolo dell’interprete (intenzione, corporeità) e sui contesti psicologici di conflitto (decolonizzazione, suono usato come arma). Ha inoltre iniziato a riflettere sulla relazione tra suono e piante attraverso due installazioni immersive, tra cui una mostra personale di sei mesi al Frac Champagne-Ardenne nel 2024, con la partecipazione di Haegue Yang.
EXHIBITION VIEW
INFO
ANTONY GORMLEY
WHAT HOLDS US
NIKHIL CHOPRA
CON URIEL BARTHÉLÉMI
EMBERS / BRACI
09.05.2026 – 13.09.2026
GALLERIA CONTINUA / San Gimignano
Via del Castello 11, 53037 San Gimignano (SI)
www.galleriacontinua.com













