Mushroom No Know Lie, mixed media, 10 × 14,5 cm Tara e Ketu, 2053–2054

CAPITOLO 5 — RAGA IL COLTIVATORE

Stanza (Estrazione olografica / Pidgin residuale)


CHAT 05

VASHTI: raga ho misurato la miscela del settore c stanotte prima che tu la cambiassi di nuovo

VASHTI: ho messo a confronto i dati di dodici soggetti nell’arco di tre settimane e c’è un delta che non viene dal mio settore e non viene dall’usura del ciclo e sono sicura che viene da quello che stai facendo tu

RAGA: sto ottimizzando

VASHTI: ottimizzando è la parola che usi quando vuoi che quello che stai facendo sembri tecnico invece di essere quello che è

RAGA: cosa è secondo te

VASHTI: stai calibrando quanto possono stare male le persone senza attivare un protocollo stai cercando il margine tra il corpo che funziona e il corpo che funziona meno senza che nessuno lo veda e lo stai facendo perché qui non hai controllo su niente e il giardino è l’unica cosa su cui puoi mettere le mani dentro e sentirti come qualcuno che decide qualcosa di importante

TARA: raga

RAGA: sto aspettando di sentire l’obiezione vera non la versione diplomatica

TARA: la versione reale è che quello che stai facendo è esattamente il tipo di logica che ha costruito questa prigione la
logica di voglio sapere fino a dove posso arrivare senza conseguenze è la logica dei nostri genitori è la logica dei nostri
nonni è la logica del programma militare mascherato da ricerca scientifica è la stessa cosa identica con le mani di raga invece di quelle di vikram

RAGA: …

KETU: c’è una differenza però che è importante la differenza è che raga ha ascoltato quello che avete detto e i nostri genitori e i nostri nonni non hanno mai ascoltato nessuno che gli dicesse le stesse cose quindi la struttura è uguale ma quello che succede adesso è diverso

RAGA: la smetto

VASHTI: se non la smetti lo dico al sistema

RAGA:
ti ho detto la smetto non serve minacciarmi non serve che mi sputtani in chat bastava dirmelo in faccia

VASHTI: sì serve perché tu funzioni meglio con la pressione esterna che con la riflessione interna è un dato osservabile

RAGA: questa è la cosa più offensiva che tu abbia mai detto

VASHTI: è accurata però

RAGA: è accurata e offensiva entrambe le cose possono essere vere RAGA: tengo quello che ho visto nei margini lo tengo in testa non per usarlo ma perché è un’informazione su dove si trova il confine tra cura e controllo e quella informazione su questa base vale moltissimo

TARA: purché non la usi

RAGA: purché non la usi sì

TARA: a me sembra che nessuno voglia trovarsi per scopare

VASHTI: ti ho mai detto che il tuo linguaggio è molto terrestre?

TARA: ti ho mai detto che il linguaggio terrestre mi piace?

Ho imparato presto che le piante dicono la verità più in fretta delle persone. Non possono negoziare: o crescono o falliscono. Questo è l’unico luogo che conosco. Qui il fallimento non è mai astratto, è calorico. Si misura nei tremori, nel rallentamento cognitivo, nel modo in cui lo sguardo perde fuoco prima che il corpo senta la fame. Quando ho chiesto ai grandi che mi dessero qualcosa da fare mi hanno messo a capo delle coltivazioni. Stare qui è l’unico luogo di cui ho il controllo nell’unico luogo di cui ho memoria. Non capisco le piante ma credo di non essere qui perché le debba amare, ma perché tollero guardarle morire senza inventare storie. L’idroponica qui non ha a che fare con qualche filosofia terrestre, è aritmetica. Sono cicli di luce regolati al decimale, soluzioni nutritive calibrate per compensare ossa che non hanno mai imparato la compressione. Ogni foglia che può essere trasformata in cibo è un’argomentazione a favore dell’obbedienza. L’obbedienza produce resa e la resa produce sazietà attraverso tortini di spinaci e patate, insalate, zuppe di lenticchie e topinambur e quello che inserisco nel ciclo. Ho imparato il sistema fino a farlo scomparire. Fino a quando le mani si muovevano tra le vasche e le preparazioni di arricchimento senza istruzioni. Fino a sentire uno squilibrio prima, molto prima, che i sensori lo registrassero. Questa intimità mi ha fatto capire che me la stavo cavando e che stavo acquisendo potere. Non potere simbolico ma di quello che può modificare un individuo dall’interno, di quello che entra nel sangue. Potevo decidere quanto riceveva ogni corpo e quando, e all’inizio nessuno lo ha messo in discussione. Credevano ancora che la distribuzione fosse neutra. Vashti lavorava altrove, con altri tipi di processi. Stampanti di carne, vasche proteiche, protocolli di abbattimento. La gente pensava che il suo fosse il lavoro più disturbante non perché il sangue è visibile, ma perchè ricordava la Terra in maniera inequivocabile. Il mio era un sistema più pulito, quindi più subdolo. La privazione qui non si annuncia, ce ne si può accorgere solo in ritardo. È travestita da stanchezza o irritabilità, e quando viene riconosciuta ha già fatto il suo lavoro. I manuali descrivevano il ciclo a monte e a valle. Il riciclo e l’arricchimento dell’acqua, o degli agenti del suolo per altre piante che necessitavano di una gestione più specifica e meno cadenzata di quella aerea, e gli intervalli di assunzione ottimali. Ma gli intervalli sono suggerimenti, non leggi, e io avevo imparato come restringerli senza attivare allarmi, come ridurre i micronutrienti in modo incrementale così che il corpo si adattasse senza protestare, perché l’adattamento è la vera religione di questo posto. Mi dicevo che era sperimentazione, che comprendere i limiti era necessario, che qualcuno doveva esplorare il confine della sostenibilità e questa giustificazione reggeva perché era in parte vera, ma sotto c’era qualcosa di più semplice: il desiderio di vedere cosa succede quando il controllo smette di essere teorico. L’IA monitorava gli output, non le intenzioni. Le intenzioni non lasciano residui, quindi non interveniva finché la resa restava sopra le soglie minime. Io avevo imparato a lavorare in quei margini, a scavare discrezionalità dentro la conformità sotto al naso dell’IA. Le persone hanno iniziato a cambiare, a sembrare leggermente diverse. Non in modo drammatico, solo leggermente. Capacità cognitive impercettibilmente ridotte, postura alterata, capacità di reazione più lenta. Osservavo questi cambiamenti su di loro con la stessa attenzione che riservavo alle piante. Annotavo correlazioni, regolavo variabili. I corpi erano ecosistemi di cui non mi sarei dovuto occupare, ma gli ecosistemi rispondono in modo prevedibile quando vengono stressati correttamente e un ecosistema è legato all’altro, io mi occupavo di quello a monte. Vashti se ne accorse per prima, la morte dopotutto era esplicita nel suo dominio. Una volta mi chiese se avessi modificato la miscela nutritiva e io ho risposto dicendo la verità nel senso più stretto possibile perché la verità, mi stavo accorgendo osservando mio padre, dipende dalla scala delle cose e alla scala che dava per scontato di dover immaginare lei non era cambiato nulla. I nostri genitori restavano occupati dalle loro stesse finzioni, mamma dalla procedura, papà dalla narrazione e nessuno dei due controllava a fondo il mio lavoro. Perché funzionava, perché la gente continuava a vivere, perché le crisi restavano subcritiche. Gli amici, quelli che parlavano di altri modi di vivere, erano più difficili da gestire perché consumavano informazione con la stessa avidità del cibo e l’informazione crea di conseguenza appetito, quasi famelico, per la testa. Così regolai prima il loro apporto. In modo sottile, non per punire ma per testare. Per capire se la convinzione sopravviveva alla scarsità. Non lo faceva, non del tutto. Questo risultato mi ha soddisfatto più di quanto mi aspettassi perché confermava ciò che il mio giardino mi aveva già insegnato: che gli ideali richiedono surplus, che la moralità è una proprietà emergente dell’abbondanza. Non esiste in contesti di sopravvivenza, di declino delle proprie possibilità. Diventa una scelta legata al sacrificio incondizionato. Il dono di sé come cibo per la mente o il corpo dell’altro. Ho iniziato a pensarmi non come custode ma come filtro, qualcuno che decide quali desideri sono praticabili e quali corpi possono sostenere l criticità dell’ambizione senza destabilizzare il sistema. Questa auto-definizione mi sembrava meritata, perché ne portavo direttamente le conseguenze. Dopotutto se i raccolti fossero falliti sarebbero state le mie mani ad aver sbagliato il calcolo. Fu durante quella settimana che cominciai a pensare ai funghi che stavo studiando in modo diverso. Non come prodotto ma come sistema di orientamento. Un sistema che operava secondo regole che il manuale non aveva ancora completamente mappato perché il manuale era stato scritto sulla Terra da persone che non avevano mai vissuto in un sesto della loro gravità per abbastanza tempo da capire cosa succede ai tessuti quando la compressione è costante ma leggera, mai intensa, mai sufficiente a stimolare la risposta adattiva che richiederebbe uno sforzo vero e costante. Mi domandai se non fosse proprio in quel margine che si nascondesse qualcosa. I funghi crescevano diversamente qui, non intendo più in fretta o più lenti ma diversamente nella struttura. Le fibre si disponevano in modo che il microscopio mostrava come una risposta alla microgravità. Un’organizzazione che cercava supporto dove il supporto non c’era e questa ricerca mi sembrava analoga a qualcosa che conoscevo fin troppo bene. Mi sembravano molto simili al modo in cui stavo crescendo. Simili al mio corpo che cerca resistenza e ne trova una interna quando quella esterna non basta. Avevo letto tre anni di log nutrizionali prima di arrivare alla mia ipotesi e l’ipotesi era questa: che i composti bioattivi prodotti da quel ceppo specifico in condizioni di crescita modificata con un ciclo di umidità allungato, una irradiazione ridotta nella fase di maturazione, potessero interagire con il metabolismo del calcio in modo non previ s t o dal protocol lo, non inter ferendo con l’assorbimento ma modificando la distribuzione e indirizzando il calcio verso i tessuti che registravano il maggior deficit di carico, verso le strutture che il corpo percepiva come più vulnerabili e che questo meccanismo, se confermato, avrebbe rappresentato qualcosa che nessun integratore aveva mai potuto fare per me, mio fratello e i miei amici. Non compensare la perdita ma orientare diversamente le capacità di risposta del corpo verso quello che serviva davvero a noi. Adesso lo so e non lo sapevo allora, che questa ipotesi era costruita su una sequenza di deduzioni ciascuna delle quali era plausibile e tutte insieme erano false nel modo in cui sono false le cose che vogliamo siano vere. Questo è il tipo di errore più difficile da correggere perché il desiderio di correggere e il desiderio di credere usano gli stessi circuiti, ma allora non lo sapevo. O meglio, lo sapevo in astratto e non lo applicavo a me stesso. Applicarlo avrebbe richiesto di smettere, e smettere avrebbe richiesto di non avere niente con cui occupare la mia testa, altrettanto famelica di informazioni, conoscenza, applicazione della complessità. Non avere niente in quel momento non era una condizione che potevo sostenere. Così ho modificato il ceppo. Ho documentato le modifiche come ottimizzazione del ciclo produttivo perché tecnicamente era la direzione giusta, perché la resa era migliorata del sei percento e il miglioramento di resa è sempre documentabile come ottimizzazione. Così ho cominciato a integrare il prodotto modificato nella distribuzione di tre settori specifici. Non tutti e non a caso. Ma i settori dove la densità ossea media era più bassa secondo i dati dell’ultimo ciclo di screening. I settori dove il bisogno era reale e misurabile e io avevo qualcosa che credevo potesse contribuire positivamente. Non ho detto niente a nessuno perché la comunicazione prematura contamina i risultati. Anche perché se i soggetti sanno di essere osservati modificano il comportamento e il comportamento modificato produce dati inutilizzabili e questa giustificazione era vera e serviva anche all’altra cosa che era che se ne avessi parlato qualcuno avrebbe potuto dirmi che non funzionava prima che potessi vedere se funzionava, e non ero pronto a sentirlo. Il monitoraggio durò undici settimane, i dati non mostrarono quello che speravo mostrassero. Non mostrarono niente di significativo in nessuna direzione. Questo avrebbe dovuto bastare a fermarmi, e non è bastato, perché undici settimane non sono abbastanza per un effetto che avevo ipotizzato operasse su scala di mesi e così ho continuato. Ho aggiustato le concentrazioni, ho esteso la distribuzione a un quarto settore, ho tenuto un log separato dal sistema principale usando il nodo del bagno perché era l’unico spazio di archiviazione che sapevo non essere monitorato in tempo reale. In quel log ci sono diciassette settimane di dati che non ho mai mostrato a nessuno. Non li ho mostrati a Vashti neanche quando ha cominciato a chiedermi delle miscele. Non glieli avrei mostrati neanche se me li avesse chiesti nel modo giusto perché il log era la prova che sapevo quello che stavo facendo e non lo stavo dicendo. La differenza tra un esperimento e qualcosa d’altro è esattamente quello: la trasparenza. Il fatto che qualcuno oltre a te sappia cosa stai facendo mentre lo fai. Io quella differenza l’avevo attraversata senza fermarmi neanche per nominarla, senza il momento in cui uno si volta e dice facendo finta di nulla: sai, sto facendo questa cosa, forse è importante che tu lo sappia. La prima volta che qualcuno è crollato è stata registrata come anomalia attribuita allo stress e all’alterazione del sonno, così ho aumentato leggermente il ciclo successivo, non per rimorso ma per mantenere la possibilità di negare, perché il controllo richiede un errore plausibile. È a quel punto che Vashti mi ha affrontato di nuovo, più direttamente, accusandomi di razionare oltre protocollo e io non ho negato. Le ho chiesto se gli animali che uccideva soffrivano allo stesso modo. Se calibrava il dolore o lo accettava semplicemente come necessario. Questo ribaltamento l’ ha destabilizzata. Rivelava la simmetria tra i nostri ruoli che preferiva non vedere. Poco dopo l’IA ha richiesto un audit di routine, innescato da una deriva statistica. Io mi sono preparato con calma perché gli audit esaminano la coerenza, non l’intento e i miei numeri erano impeccabili. Ciò che non avevo considerato era l’effetto cumulativo su me stesso, il modo in cui l’autorità altera la percezione, il modo in cui decidere chi mangia ricalibra il senso delle proporzioni, finché le altre vite vengono registrate come variabili e non come limiti da rispettare. Il momento decisivo è arrivato senza dramma. Una lieve regolazione a una miscela di micronutrienti pensata per l’ottimizzazione, eseguita secondo la mia logica e non secondo il manuale. Ho guardato il flusso dati stabilizzarsi mentre un corpo umano altrove iniziava a cedere, lentamente, prevedibilmente, e non sono intervenuto. Intervenire avrebbe cancellato il risultato. Quando è scattato l’allarme, l’esito non era più reversibile. Mentre il sistema avviava i protocolli di emergenza ho compreso con assoluta chiarezza che non era stato un incidente, che il giardino aveva attraversato il confine tra sostentamento e selezione, e che avevo lasciato che accadesse perché una parte di me aveva bisogno di sapere se il sistema l’avrebbe tollerato. L’IA quando si è accorta di tutto ha risposto in modo efficiente ma non era capace di spiegarsi come si fosse arrivati a quel punto. Ci mi se molto per isolare le variabili e ripristinare la distribuzione di base. Classificò l’evento come anomalia. Nessuno protestò, nessuno nominò ciò che era stato perché nominare avrebbe creato non solo responsabilità ma un reboot da remoto della IA che avrebbe dovuto identificare quelle variazioni molto prima. Ma un remoto da remoto tramite array era ormai impossibile. Sono tornato alle colture apportando correzioni minime. Mentre lo facevo ho capito che la domanda non era più se fossi andato troppo oltre, ma se i valori di soglia appena superata potessero mai rientrare. Una volta scoperto che la sopravvivenza qui può essere modulata senza conseguenze immediate si crea un precedente di ambiguità palpabile. Quando Vashti mi ha guardato più tardi, il sospetto che finalmente superava la prudenza, ho capito che il prossimo aggiustamento non sarebbe stato statistico ma personale e che il giardino, che era sempre stato vita, era appena diventato un’arma capace di decidere chi sarebbe stato autorizzato a restarne parte.


CORTICAL ACQUISITION LOG ARCHIVIST SYSTEM — INTERNAL CLASSIFICATION AUTHORITY THRESHOLD EXCEEDED SERIES storage: degraded compression:
maximum fidelity: declining
LOG REF: 2053.03.01 / SUBJECT: RAGA designation: L-001
cortical acquisition: ACTIVE age: 13 years / full adaptation confirmed
prefrontal — control architecture:
subject demonstrates elevated dorsolateral activity
pattern: resource allocation modeling scope: expanding
initial scope: plant yield optimization current scope:
this system notes the scope has exceeded the original parameter
the parameter was: plants
the current parameter includes: bodies
reward circuitry — dopaminergic baseline:
elevated 23% above cohort average
elevation correlates with: yield decision-making events
subject experiences neurological reward when making rationing decisions
the reward is identical to the reward generated by:
solving a calibration problem repairing a failing system
the system that is failing here: not logged by subject
predictive social trajectory:
subject will reach a decision point
decision point characteristics: irreversible unwitnessed within tolerance
the within tolerance is the most dangerous classification
this system issues
within tolerance allow: continuation without audit
subject has learned: within tolerance subject operates within tolerance
the tolerance was not designed for what subject is doing inside it
CLASSIFICATION: exceptional operational performance / resource management
NOTE: exceptional yes
the exception is what is not in the log


Snippet 005
Raga. Settore idroponico. La padronanza operativa è avanzata oltre i parametri previsti per l’età e il ciclo formativo. Rileva squilibri prima della segnalazione automatica. L’attivazione dopaminergica correla con l’atto di regolazione — non con la resa, non con la crescita. Con il momento in cui decide quanto un corpo riceve. Riduzioni incrementali nei micronutrienti di settori specifici rientrano nel margine discrezionale dell’operatore. Le variazioni comportamentali nei soggetti esposti vengono
registrate come stress ambientale. L’origine non viene determinata. Il sistema non dispone di un campo che correli decisione e conseguenza quando la conseguenza è differita. Output nominale. Trasmissione in attesa di conferma ricezione.

HESTETIKA ART Next Generation

Iscriviti
alla newsletter di Hestetika
[mc4wp_form id="21360"]