« O adesso o mai più »

Con un nuovo spazio espositivo (da sogno) Thierry Bigaignon diventa il tempio della fotografia a Parigi e afferma:

Essere gallerista è il mestiere più bello del mondo.

L’abbiamo intervistato per farci spiegare la sua alchimia artistica. Ecco la nostra conversazione.

A Parigi e in Francia credo che non abbia bisogno di una presentazione, ma per i nostri lettor italiani può dirci brevemente chi è Thierry Bigaignon?

Sono gallerista a Parigi con una specificità: non presento la fotografia, ma difendo la fotografia «
plasticienne », come viene definita in Francia; un termine che si traduce male e che significa una
creazione che va al di là della semplice forma ed è alla ricerca della sostanza , mettendo la tecnica
fotografica al servizio delle questioni concettuali ed estetiche. Victor Hugo diceva: « La forma è la
sostanza che risale in superficie ». Mi piace molto questa formula e credo che ciò che presento nella
mia galleria dia particolare importanza al binomio tra il contenuto e la forma; lavorare con fotografi
chiamati «plastici» per me vuol dire avere il privilegio di lavorare con chi arricchisce la ricerca
intellettualmente e concettualmente con una riflessione profonda.

Lei ha aperto la sua prima galleria nel 2016 e da poco più di un mese ha cambiato sede : uno spazio molto più grande, sempre nel quartiere del Marais… un passo importante e forse un pò rischioso in un momento ancora incerto dopo il blackout legato alla pandemia…

Certamente è una scommessa, ma io ho sempre creduto nelle gallerie come spazio fisico. Internet è
venuto a stuzzicare il mondo delle gallerie ed è stato normale interrogarsi se fosse utile continuare
ad avere uno spazio in un mondo che si digitalizza sempre di più, con una pandemia in corso, e io
credo di sì e ci credo più che mai. La galleria è un luogo d’espressione artistica essenziale all’arte,
tutta la storia dell’arte ce lo dimostra e il futuro lo confermerà. Se le gallerie non si occupano di
presentare il lavoro degli artisti, chi lo farà al loro posto? I musei presentano solo una micro
selezione di artisti di successo, ma per avere successo bisogna prima che gli artisti vengano esposti,
presentati, e dunque le gallerie sono indispensabili. Naturalmente la posta in gioco è alta, ma penso
che una crisi non duri eternamente e che dopo la pioggia il bel tempo arriva sempre…bisogna avere
il coraggio d’investire mentre fuori piove. E poi sono rimasto colpito profondamente da questo
spazio meraviglioso e mi sono detto: ho 50 anni, o adesso o mai più.

Come definirebbe la sua galleria ?

Prima dicevo che avevo una galleria di fotografia, oggi spiego che ho una galleria d’arte
contemporanea «fotosensibile». Per me si è trattato di un grande cambiamento, un vero cambio di
rotta legato al trasferimento in questo nuovo spazio; l’idea di dire alla gente che la fotografia è
qualcosa di separato, è un medium molto particolare, con una sua storia, una sua specificità, una sua
economia, i suoi collezionisti… voglio continuare un movimento che è stato avviato da molti altri
prima di me e che consiste nel portare la fotografia nella sfera dell’arte contemporanea. Gli artisti
che difendo non si limitano a scattare foto, ma elaborano un vero processo di riflessione sul mondo
che li circonda, in un approccio completamente contemporaneo. Non pensiamo alla fotografia
attraverso la fotografia, quello che io voglio proporre lo faccio attraverso il prisma dell’arte
contemporanea, il prisma di una analisi del mondo nel quale viviamo. E la specificità che dò rispetto
ad altre gallerie di fotografia è che siamo fotosensibili, sensibili alla luce, sensibili alla specificità
della fotografia ma in una riflessione che è contemporanea. Come ad esempio Vittoria Gerardi,
italiana, 23 anni e un talento puro : il suo lavoro è totalmente ancorato nel mondo attuale.
È questo che definisce la galleria.

Nel 2018 la galleria ha lanciato un programma annuale di sostegno per artisti emergenti, di cosa si tratta ?

Per me questo programma è essenziale in quanto l’invito di nuovi artisti permette di condividere il
colpo di fulmine, che ho avuto rispetto al lavoro di un artista. Non voglio rinchiudere la galleria in
un sistema dove sono esposti solo gli artisti che rappresento, ma voglio aprire la porta ad altre
ricerche, ad altri sguardi, farli dialogare tra loro e permettere ai collezionisti di scoprire cose nuove.

Qual è stata una delle esperienze più rappresentative del suo lavoro che l’ha particolarmente arricchita ?

Ogni giorno imparo cose nuove che mi arricchiscono. E anche se è un mestiere molto complesso –
perché non è facile gestire da una parte gli artisti, con le loro personalità così singolari, e dall’altra i
collezionisti -, credo, anzi ne sono certo, che essere gallerista sia il mestiere più bello del mondo.

Che consiglio darebbe a chi desidera acquistare una fotografia per la prima volta ma esita, ha dei dubbi ?

Agathe Gaillard, gallerista francese che nel 1975 ha aperto la prima galleria dedicata
esclusivamente alla fotografia, un giorno mi ha detto « Thierry, non rimpiangiamo mai un acquisto
che abbiamo fatto, ma rimpiangiamo sempre l’acquisto che non abbiamo fatto». Cito spesso questa
frase ai miei collezionisti, perché la trovo profondamente vera. Quando un’opera ci colpisce c’è un
incontro, vuol dire che ci ha trasmesso qualcosa…Cerco di spiegare che non bisogna soffermarsi
troppo sul costo, sulle quotazioni, sulle edizioni, ma seguire il proprio istinto e acquistare. Con il
tempo capiremo che non ce ne separeremo più.

In questo momento è in corso « Passé composé » dell’artista Yanning Hedel: può introdurci la mostra?

Yanning è un artista francese di 75 anni che per 50 anni della sua vita si è interessato a un solo
soggetto: lo scorrere del tempo. E il tempo che passa ci coinvolge tutti, dunque il suo è un lavoro
atemporale, universale. Per me Yanning è un po’ il Pierre Soulages del grigio; Soulages attraverso le
variazioni del nero ha lavorato tutta la sua vita sulla luce…
Yanning attraverso le variazioni del grigio ha cercato di esprimere questa cosa magnifica che
subiamo è che è il passaggio del tempo. Tutto il lavoro di Christo e Jeanne Claude si basa su questa
idea : lavorare sull’effimero. Hedel ha lavorato proprio su questo, evocando in maniera delicata e
poetica il tempo che passa…e che dà valore a tutte le cose.
Credo che Yanning Hedel sia uno degli artisti fotografi tra i più importanti del XX secolo.

INFO

YANNIG HEDEL • PASSÉ COMPOSÉ
Fino al 14 Novembre 2021
https://bigaignon.com/
instagram.com/bigaignon_/

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