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La bellezza come rivelazione: l’arte come destino umano

“La bellezza salverà il Mondo” (F. Dostoevskij).

La frase scritta da F. Dostoevskij nell’Idiota, attribuita al principe Myskin, è una verità da accogliere e un itinerario di vita da percorrere.

Scoprire quale bellezza è in grado di rialzare il mondo, così frequentemente capace di organizzare e consumare drammi orribili, è un imperativo che si determina nel cuore di ogni persona.

Noi tutti siamo consapevoli del potere intrinseco le opere d’arte; è il potere della rivelazione di ciò che è custodito nel cuore di ognuno, difficilmente dicibile attraverso le parole.
L’arte ha un’identità rivelativa che ci riguarda e che ci permette di conoscerci più profondamente. Non siamo distanti da un principio di verità affermando che l’arte è un dono concesso da Dio, ad alcune persone, per mostrare Se Stesso all’umanità.

Ogni sentimento del cuore è rappresentato in un soggetto, catturato in un movimento, descritto da un colore, espresso in un formidabile gioco di ombre e di luce; nulla si sottrae allo sguardo dell’artista che vive, interpreta e restituisce in forma plastica ogni moto dell’anima.

Sin dal principio l’uomo ha avvertito il bisogno di rappresentare il difficilmente raccontabile della propria intimità; i graffiti, le incisioni rupestri e poi i colori rivelano chi siamo, cosa desideriamo e come soffriamo nella speranza di una risurrezione. Dentro un affresco, un mosaico o una tela è espressa la verità di noi.
Scolpiti in un marmo, fusi nel bronzo, cesellati nell’oro, raccontati nelle parole, resi udibili nella musica: noi ci siamo e siamo manifestati. Questa è la forza sublime dell’arte.
Lacrime e sorrisi sono impastati nella creta, disperazione e speranza vengono mescolati in una policromia, peccato e redenzione sono espressi in un chiaroscuro; materiali semplici per dire un prodigio assoluto: la donna, l’uomo, la creazione.

A nessuno è negata la possibilità di rivedersi in un’opera, per tutti è offerta l’opportunità di accorgersi di sé attraverso il racconto figurativo che un altro noi, l’artista, esprime e grida nella verità della vita.
Come pellegrini in cammino muoviamo i nostri passi per contemplare la meraviglia dell’arte, la meraviglia di ognuno; sempre anelanti verso la meta di un’esistenza piena, da accogliere e restituire.

Homo Faber, uomo artefice di sé, sostenevano gli umanisti facendo propria una preziosa considerazione coniata nel mondo latino; l’uomo è artefice di se stesso, creato da Dio e posto al centro dell’universo, nella pienezza della libertà. Leonardo, nel suo uomo vitruviano perfetto e assoluto, ci ricorda che siamo posti al centro dell’universo non per dominarlo e annientarlo ma per custodirlo e renderlo sempre più luminoso, attraverso scelte giuste, gesti nobili, cure amorevoli trasmesse gli uni agli altri.

Di generazione in generazione l’arte racconta le drammatiche derive o le virtuose scelte che l’umanità può compiere nel suo abitare e attraversare la storia.
Ora tocca a noi raccogliere questi aneliti, queste istanze, questi desideri di bene per potere creare e plasmare opere d’arte meravigliose, ricordando che, tra queste, la prima è la nostra vita.

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