Elmira-Abolhasani_WeberWeber_Exo_gen026_©-Matteo-Losurdo

Trasparenze radicali. Etica dello sguardo in “Diafania” Di Elmira Abolhasani in mostra alla Galleria Weber&Weber

La mostra “Diafania” di Elmira Abolhasani, a cura di Exo Art Lab presso la Galleria Weber&Weber di Torino, si configura come uno spazio espositivo di rara coerenza teorica e formale, in cui pratica artistica e pratica curatoriale convergono in una riflessione etica sull’alterità e sulle condizioni di possibilità dell’incontro nel presente.

Elmira Abolhasani_Weber&Weber_Exo_gen026_© Matteo Losurdo

Fin dal titolo, Diafania — dal greco diá (attraverso) e phaínein (mostrare) — la mostra esplicita la propria postura concettuale: il diafano non è semplice qualità ottica, ma categoria simbolica e politica. La trasparenza, nella ricerca dell’artista Elmira Abolhasani, non coincide con una neutralità illusoria, bensì con un atto di attraversamento, un lasciar filtrare, che implica esposizione, vulnerabilità e responsabilità. Il vetro, medium privilegiato dell’artista, incarna questa ambivalenza: superficie che separa e al contempo consente l’intra-visione, materia fragile e tagliente che obbliga a una prossimità consapevole. La trasparenza diviene così una postura etica: offrire il sé come spazio di risonanza per l’altro, creare un luogo interiore capace di accogliere.

In tale prospettiva, la curatela di Exo Art Lab si delinea come elemento strutturale e non accessorio. L’allestimento non si limita a organizzare opere nello spazio, ma costruisce un ambiente di riflessione e pensiero in cui il visitatore è chiamato a sostare, a rallentare e ascoltare. In un’epoca segnata da iper produzione visiva e consumo accelerato delle immagini, la curatela assume qui una funzione eminentemente politica: ristabilire condizioni di attenzione, costruire contesti in cui la complessità possa emergere senza essere semplificata. La pratica curatoriale diventa così esercizio critico di mediazione e di responsabilità pubblica, capace di attivare una consapevolezza condivisa.
La vocazione politica della ricerca di Abolhasani si inscrive in un’accezione profonda del termine: non rivendicazione gridata, ma costruzione paziente di uno spazio plurale che non dimentica le voci messe a tacere. In questo senso, il lavoro dell’artista dialoga idealmente con la nozione benjaminiana di “rammemorazione”: un riportare alla luce le fratture e le omissioni su cui si sono edificate le narrazioni dei vincitori.

Emblematica è l’opera I hear you and I am with you: eteree quanto stentoree manine di vetro che si protendono verso il cuore dello spettatore, attraversando simbolicamente muri di mutismo e oppressione. Non vi è retorica accusatoria, ma un invito alla presenza: sostare nel ricordo, assumere la memoria come atto di relazione. La fragilità del vetro si fa qui forza silenziosa, capace di incidere senza ferire, un fermata di assestamento per riallineare ad una forma di ascolto e di relazione sana e virtuosa.

La metafora della crepa attraversa l’intero percorso espositivo. In Line by line, I read you, gli interstizi tra fili di lana allentati evocano la trama di un tappeto — oggetto profondamente radicato nella cultura iraniana — quale spazio di convivenza tra tradizione e trasformazione. Le crepe non sono segni di dissoluzione, ma aperture attraverso cui nuove identità possono emergere. Il passato, collettivo e individuale insieme, non viene eroso bensì riattraversato, disfatto e rifatto affinché i nodi restino visibili, affinché la memoria non venga levigata fino a diventare innocua.

Analogamente, gli steli blu traslucidi che germogliano dalle pareti — mani-fiori che si protendono nello spazio — evocano una fioritura in un terreno di siccità umanitaria. L’immagine materna dell’abbraccio si intreccia a un gesto di rottura: scardinare l’indifferenza, incrinare il senso di impotenza che paralizza di fronte alle tragedie collettive. L’arte di Abolhasani non impone colpa, ma apre finestre di comunicazione, oggi necessario più che mai.

The Sky is Bleeding, richiama il detto persiano secondo cui l’acqua è una porta sul cielo. Se nelle architetture tradizionali iraniane le piscine nei cortili — popolate da pesci rossi bene auguranti — custodiscono questo legame tra terra e trascendenza, le guerre e le migrazioni forzate del presente sembrano averne oscurato l’auspicio. Il flusso impetuoso di figure rosse su carta giapponese, nato in seguito ai recenti esodi che hanno attraversato Europa e Asia sud-occidentale, restituisce visivamente questa ferita. E tuttavia, nella proposta dell’artista iraniana, le lacrime possono tornare a trasformarsi in pesci: a condizione di un esercizio quotidiano di ascolto e partecipazione attiva.
Nel percorso espositivo, la crepa diventa dunque figura paradigmatica: fenditura che attraversa l’io e lo rende ospitale, spazio liminale in cui l’identità si espone all’alterità senza annullarsi. È qui che la curatela si afferma come pratica necessaria nella contemporaneità: non semplice organizzazione di opere, ma costruzione di cornici critiche capaci di rendere visibili le fratture, di sottrarle alla rimozione, di trasformarle in luoghi di consapevolezza.

La mostra alla Galleria Weber&Weber si propone così come un’esperienza che eccede la dimensione estetica per assumere una valenza etico-politica. In un tempo attraversato da conflitti, migrazioni e narrazioni polarizzate, Diafania propone la trasparenza come responsabilità, la fragilità come forza relazionale, la curatela come gesto politico di cura dello spazio pubblico. Non vi è cecità ammissibile davanti alle opere di Abolhasani: non perché lo spettatore venga forzato ad aprire gli occhi, ma perché gli viene offerta la possibilità — rara e preziosa — di farlo insieme agli altri.

INFO

Elmira Abolhasani
Diafania
A cura di Exo Art Lab
Galleria Weber&Weber – Via San Tommaso 7, 10122 Torino.
Periodo mostra: 30 gennaio – 14 marzo 2026

HESTETIKA ART Next Generation

Iscriviti
alla newsletter di Hestetika
[mc4wp_form id="21360"]