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Özlem Günyol & Mustafa Kunt a Dirimart London: la mostra “If you wanna go outside, get inside” indaga sorveglianza, potere e spazio pubblico

A Dirimart London la mostra “If you wanna go outside, get inside” segna il primo approdo nello spazio londinese del duo artistico formato da Özlem Günyol e Mustafa Kunt.

Özlem Günyol & Mustafa Kunt_Right_2015 (detail)_Fine art print on Hahnemühle photo rag ultra smooth 305 g_m²_41.2×60 cm_Ed 3+2 AP_Courtesy of Özlem Günyol & Mustafa Kunt and Dirimart

L’esposizione, visitabile fino all’11 aprile 2026, si dispiega come un’indagine stratificata sui meccanismi attraverso cui la violenza politica, la sorveglianza e l’erosione dei confini tra pubblico e privato vengono progressivamente assorbite nella normalità quotidiana.

Il lavoro dei due artisti si colloca da anni in una zona di attrito tra osservazione civica e costruzione simbolica. Le loro opere raramente dichiarano una posizione frontale; preferiscono insinuarsi nelle pieghe del linguaggio pubblico, nei codici della sicurezza, nei rituali amministrativi. La città diventa così un campo di studio. Non tanto uno scenario, quanto un dispositivo psicologico dove si sedimentano tensioni latenti e abitudini collettive.

In questa prospettiva, lo spazio urbano è trattato come un archivio invisibile. Segnaletica, slogan istituzionali, architetture di controllo e discorsi politici vengono raccolti e riorganizzati fino a rivelare ciò che normalmente resta implicito: il modo in cui la cultura contemporanea, bombardata da flussi mediatici continui, ridefinisce i parametri di ciò che consideriamo accettabile.

La mostra si apre con The Opening in Mayfair (2026), una performance concepita a partire dall’annuncio diffuso nella metropolitana londinese: “See it. Say it. Sorted.”. Il motto, diventato negli ultimi anni una sorta di mantra della sicurezza urbana, viene trasposto nello spazio espositivo attraverso un dispositivo ambiguo. Durante l’inaugurazione un detective, la cui identità rimane ignota perfino agli artisti, redige rapporti su ciò che accade nel pubblico della galleria.

L’operazione produce una tensione sottile. La galleria, luogo tradizionalmente dedicato alla contemplazione estetica, si trasforma in un territorio sorvegliato. Ogni gesto, ogni conversazione, ogni spostamento può diventare materiale d’osservazione. Non si tratta di una simulazione poliziesca. Piuttosto di una messa a nudo del carattere performativo della sorveglianza contemporanea, dove il sospetto si diffonde come un clima.

Il lavoro suggerisce che la sorveglianza non è più soltanto una pratica istituzionale. È un comportamento interiorizzato, una postura mentale che organizza lo spazio pubblico.

Se la performance agisce sul piano sociale, la scultura The Dirty Work (2026) opera invece sul linguaggio politico. L’opera nasce dalla controversa espressione die Drecksarbeit – “il lavoro sporco” – utilizzata nel giugno 2025 dal cancelliere tedesco durante discussioni relative agli attacchi israeliani contro l’Iran.

Günyol e Kunt isolano la parola trasformandola in un oggetto tridimensionale. Le lettere che compongono Drecksarbeit sono installate nello spazio come un apparente esercizio tipografico. Tuttavia l’equilibrio si incrina quando l’opera viene osservata da diverse angolazioni: ruotando di 360 gradi la parola si trasforma progressivamente nella sagoma di munizioni militari.

Il linguaggio rivela così il proprio doppio fondo. Ciò che nella retorica politica appare come formula diplomatica mostra improvvisamente la violenza implicita che contiene.

Una sezione della mostra affronta invece la questione della detenzione arbitraria in Turchia. Qui l’approccio degli artisti diventa quasi forense. Il lavoro I didn’t like these colours! (2026) nasce da un’analisi delle immagini di stampa che documentano arresti e processi di politici, giornalisti e intellettuali.

Da quelle fotografie gli artisti estraggono una tavolozza cromatica. I colori delle uniformi di polizia, dei veicoli blindati, dei corridoi dei tribunali, delle stanze per interrogatori e delle celle vengono isolati e presentati come campioni pittorici. A prima vista il risultato sembra un esercizio minimalista. In realtà ogni tonalità corrisponde a un frammento di potere istituzionale.

Il colore diventa così una traccia psicologica. Una memoria visiva della coercizione.

Questa logica si radicalizza nell’installazione Surrounded (2026). Qui la stessa tavolozza avvolge una stanza di dimensioni identiche a quelle di una cella singola nelle carceri turche contemporanee. Le pareti diventano un murale cromatico che definisce un perimetro claustrofobico.

Non c’è alcuna ricostruzione scenografica della prigione. Nessuna porta blindata, nessuna sbarra. Solo colore. Eppure l’effetto è sorprendentemente oppressivo. Il visitatore percepisce lo spazio come un volume chiuso, quasi respirando la sospensione del tempo che caratterizza la detenzione.

Il tema della temporalità ritorna nei video (at) the same time (2026). Si tratta di una serie di autoritratti generati a partire dai battiti cardiaci degli artisti. Il ritmo fisiologico diventa una griglia temporale che struttura le immagini.

Il risultato non è un autoritratto nel senso tradizionale. Piuttosto una registrazione biologica dell’esistenza. In un contesto espositivo dominato dal controllo politico e dalla sorveglianza, il battito del cuore emerge come misura minima dell’individualità.

Questa riflessione sul tempo si prolunga nel lavoro Day by Day (2026), realizzato con la tecnica dell’uncinetto a perline nota come hapishane işi o “prison work”. La pratica ha origini storiche che risalgono ai soldati ottomani fatti prigionieri durante la Prima guerra mondiale.

Ogni elemento dell’opera viene realizzato lentamente, secondo un processo ripetitivo che accumula tempo manuale. Una volta completata, l’opera registrerà simbolicamente il passaggio di un intero anno. L’artigianato diventa così una forma di cronologia incarnata. Una misura della durata che ricorda le strategie di sopravvivenza dei detenuti.

La mostra si chiude con An Anecdote: The Other (2020), forse l’opera più esplicitamente politica del percorso. Una lampada difettosa lampeggia trasmettendo in codice Morse la frase “Free Osman Kavala”.

Il riferimento è diretto al caso di Osman Kavala, editore e attivista per i diritti civili incarcerato in Turchia. L’uso del Morse introduce un elemento quasi clandestino. Il messaggio esiste, ma può essere colto soltanto da chi sa leggerlo.

È una comunicazione fragile. Una luce intermittente. Un segnale che potrebbe passare inosservato.

Accanto a questa installazione viene presentato Right (2015), lavoro grafico che compone la parola turca hak (“diritto”) ripetendola trentasei volte, quante sono le occorrenze del termine nella Costituzione turca. L’opera assume la forma di una struttura tipografica serrata, quasi ossessiva.

Qui il linguaggio costituzionale appare come un terreno di tensione. La parola “diritto” si moltiplica fino a diventare un pattern visivo, ricordando allo spettatore che ogni costituzione porta con sé una promessa: garantire libertà e protezione a tutti i cittadini. Una promessa che, nella realtà politica, può essere facilmente disattesa.

Nel complesso If you wanna go outside, get inside non costruisce una narrazione lineare. Piuttosto articola una costellazione di segnali. Frasi istituzionali, parole politiche, cromie carcerarie, battiti cardiaci e messaggi Morse si intrecciano in un paesaggio di indizi.

La mostra suggerisce che la normalizzazione della violenza non avviene attraverso gesti spettacolari. Si manifesta piuttosto nei dettagli minimi del linguaggio e delle infrastrutture sociali.

Günyol e Kunt operano proprio su questo terreno microscopico. Non denunciano in modo diretto. Preferiscono smontare i meccanismi simbolici che sostengono l’autorità.

In tempi in cui la sicurezza viene spesso presentata come valore assoluto, il loro lavoro ricorda che ogni sistema di protezione produce inevitabilmente nuove forme di controllo. E che la linea di confine tra spazio pubblico e spazio privato, oggi più che mai, è una costruzione instabile.

GLI ARTISTI

Özlem Günyol (nata nel 1977 ad Ankara) e Mustafa Kunt (nato nel 1978 ad Ankara) si sono trasferiti in Germania dopo aver conseguito nel 2001 il diploma presso il Dipartimento di Scultura della Hacettepe University. Successivamente hanno frequentato la Frankfurt Art Academy – Städelschule.

Nel corso della loro carriera hanno ricevuto numerosi premi e borse di studio. Tra i riconoscimenti più recenti figura l’HAP Grieshaber Preis der VG Bild-Kunst Award, assegnato ogni anno in Germania a un artista, ottenuto nel 2017.

Il duo, che pensa e produce congiuntamente dal 2005, ha realizzato diverse mostre personali. Tra le principali: RATATATAA, Kunstmuseum Karlsruhe, Karlsruhe (2025); Upfalling Ones, Dirimart Dolapdere, Istanbul (2024); The Image Without the Image, Kulturkreis der deutschen Wirtschaft, Berlino (2019); Ses-li Harfler | Ses-siz Harfler, Dirimart, Istanbul (2019); Beyond the Horizon, Projektraum des Deutschen Künstlerbundes, Berlino (2017); minute by minute, Dirimart, Istanbul (2015); Özlem Günyol & Mustafa Kunt, Dortmunder Kunstverein, Dortmund (2014); UP!UP!UP!, Temple Bar Gallery & Studios, Studio 16, Dublino (2011); be-cause, Basis, Francoforte (2007); 354512 cm², Altes Hauptzollamt, Francoforte (2003).

Tra le mostre collettive più rilevanti si segnalano: Changing Skies, Cappadox, Cappadocia (2024); 10: Abstractions, Intimations, Ruminations, İMALAT-HANE, Bursa (2023); To See a World in a Grain of Sand, Kunstverein zu Assenheim, Assenheim (2023); The 90s on Stage, Salt Beyoğlu e Salt Galata, Istanbul (2022); Would you still love me if I painted parrots all day?, Dirimart, Istanbul (2022); And Now the Good News: Works from the Nobel Collection, Pera Museum, Istanbul (2022); WALK!, Schirn Kunsthalle Frankfurt, Francoforte sul Meno (2022); wassergeister… mythos wasser in der antike und gegenwart!, Neue Galerie Kassel, Kassel (2021); How Will the Weather be Tomorrow?, Between Bridges, Berlino (2018); As rights go by / On loss of rights and lack of rights, Freieraum MuseumsQuartier, Vienna (2016); New Frankfurt Internationals: Solid Signs, Nassauischer Kunstverein, Wiesbaden e Frankfurter Kunstverein, Francoforte (2015); ars viva 12/13 – Systeme, Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz (2013); Lines of Thought, Parasol Unit, Londra (2011); Untitled, 12th Istanbul Biennial, Istanbul (2011); Unerwartet/Unexpected, Kunstmuseum Bochum, Bochum (2010); Hector Kunstpreis 2009, Kunsthalle Mannheim, Mannheim (2009); El Dorado. About the Promise of Human Rights, Kunsthalle Nürnberg, Norimberga (2009); Making a Scene, Fondazione Morra Greco, Napoli (2008).

Il duo vive e lavora attualmente a Francoforte.

INFO

ÖZLEM GÜNYOL & MUSTAFA KUNT’S EXHIBITION IF YOU WANNA GO OUTSIDE, GET INSIDE
AT DİRİMART LONDON
If you wanna go outside, get inside
Özlem Günyol & Mustafa Kunt
Opening: 5 March 2026
Venue: Dirimart London

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