DAVIDE MENGACCI - foto Claudio Moschin.j

Intervista – DAVIDE MENGACCI: la fotografia su carta è arte

Voleva stare dietro un obiettivo, si è ritrovato davanti. Sognava da bambino di fare l’artista, anzi il fotografo, ed è diventato uno dei conduttori più amati di Mediaset. Davide Mengacci con i suoi programmi è entrato nelle case degli italiani raccontando la cucina regionale e le bellezze dei paesini nascosti.

Ha iniziato nel 1986 con Otto Italie allo specchio, Diritto di cronaca e Candid Camera Show, è diventato una star nel 1990 con Scene da un matrimonio, Non è la Rai, Il pranzo è servito e La domenica del villaggio. Finché un giorno, 20 anni dopo averla abbandonata, ha ripreso in mano quella macchina fotografica impolverata e ricominciato a creare, a sognare.

DAVIDE MENGACCI – foto claudio moschin.

Ho iniziato per passione, fotografavo i personaggi che venivano da mia madre che era costumista al Piccolo Teatro di Milano e poi alla Scala. Appena ho potuto mi sono proposto ai giornali italiani come fotoreporter. Lavoravo anche per una famosa agenzia fotografica di Milano, la Olympia, che allora era un punto di arrivo.

  • Perché non ha continuato?

Perché ad un certo punto ho capito che stavo buttando via speranze, dedizione e soldi nel tentativo di trasformare la mia passione in una professione duratura. Per tanti anni ci ho provato, ma il mercato della fotografia e del fotogiornalismo in Italia era ed è troppo povero.

  • Lei ha “scattato” molto in bianconero: inseguiva qualche mito della fotografia?

Avevo dei modelli, come tutti. I miei erano (e restano nel campo dell’immagine in bianco e nero) Henry Cartier Bresson, Ugo Mulas, Gianni Berengo Gardin, Doisneau. Poi, negli ultimi tempi, Giovanni Gastel. Ma ormai, da tempo, faccio solo foto a colori.

  • Perché?

C’è stato un elemento scatenante. Vedere le immagini a colori dei fotografi dell’agenzia Magnum. Mi sono convinto che anche tutte le mie foto in bianco e nero avrebbero avuto un impatto diverso se fatte a colori.

  • Scatta ancora foto?

Si, assolutamente, e uso una serie di fotocamere di medio formato.

  • Ho visto che lei, con dei filmati, da lezioni di “buona fotografia” su Tik Tok. Come mai?

Pensavo che sarebbe stato corretto, dopo tanti anni, spiegare alcune cose basilari di questo affascinante mondo artistico… dico artistico perchè la fotografia è arte.

  • E come è andata?

In media ho fatto sempre 7-8 mila visualizzazioni. Ma non sono tante per Tik Tok. Quindi ho un po’ mollato, perchè capisco che “parlare di arte” sui social non attira…

  • Che differenza c’è allora per lei tra una buona foto e una bella foto?

La buona foto non deve necessariamente essere anche bella. Una bella fotografia può essere anche buona. Mi spiego: la foto di Capa scattata al soldato americano immerso nell’acqua durante lo sbarco in Normandia non è una bella foto, anzi tecnicamente è pessima, perché è mossa, fuori fuoco, sgranata, ma è buona perché racconta tutto il dramma di quel momento storico. Oggi, se devo fare un esempio di belle e buone foto, penso alle immagini che scatta Massimo Sestini.

  • Lei cosa fotografa oggi?

Faccio soprattutto still life, perchè ritengo che l’immagine finale sia la più vicina a quella di un dipinto, più simile ad un vero prodotto artistico. Ci vogliono ore e ore per trovare la luce perfetta, l’inquadratura precisa, la composizione degli oggetti deve essere fatta in un certo modo.

  • Quindi fiori e frutta e poco altro davanti all’obiettivo?

Esattamente. Impiego anche una giornata intera per trovare lo scatto perfetto. E’ qualcosa di zen, serve anche a pensare, con calma, senza fretta.

  • Farà una mostra?

Forse, chissà, ci sto pensando. Magari anche un nuovo libro.

  • A proposito proprio di libri, lei ne ha firmato di bellissimi, ricordo per esempio uno sulla vecchia Milano, uno sui cani…

A Milano ci vivo, è la mia città, ho scattato migliaia di foto. Ho nostalgia della città di un tempo, ho nostalgia della nebbia, che dava a tutte le cose un’aurea diversa, magica, con i Navigli, le vecchie strade, i visi delle persone. Quanto ai cani, io da sempre ho cani in casa, ora ne ho due adottati, sono animali fantastici, non riesco a concepire la mia vita senza un cane, e sul rapporto cani e padroni ho realizzato un libro a cui tengo molto.

  • Immagino che tra le tante immagini che ha scattato, lei ha una sua fotografia simbolo?

Certo, è del 1969, in bianco e nero, ed è l’operaio che sta lavorando in cima ad una lunga scala. Quella mi identifica. Un po’ come la famosa auto Mini inglese sulla spiaggia fotografata da Berengo Gardin.

  • La fotografia alla fine del Novecento e oggi, quali le differenze?

Una sostanziale. Oggi si scatta a raffica in digitale e poi si sceglie la foto migliore buttando via tutto il resto, già in fotocamera. Un tempo si scattava una foto o più foto e finchè il rullino non era sviluppato non si sapeva nulla del risultato.

  • Il peggior nemico della fotografia?

Il cellulare, il telefono. Tutti scattano, riprendono, tengono in memoria migliaia di foto che mai vedranno la carta e forse anche gli autori stessi mai riguarderanno quelle immagini.

  • Quindi viva ancora la foto su carta?

Si, per me è così. La foto stampata è un’opera d’arte, comunque vada, bella o brutta. Resta nel tempo. Si tocca. Si appende.

  • Cosa ha mantenuto oggi di quei suoi inizi da fotografo?

La curiosità, la carica intellettuale e culturale. L’ho mantenute vive nonostante il mio lavoro in televisione. Perché, diciamocelo, la televisione in linea generale di livello culturale ne ha davvero ben poco. Anche se io, nei miei programmi in tv, ho sempre cercato di mettere un po’ di cultura, perlomeno popolare.

  • Accidenti, ma è un giudizio severo per uno che ha lavorato in televisione per più di 30 anni…

Si, e non temo di dirlo. Vede, da certi punti di vista l’evoluzione della tv italiana, con le emittenti private o cosiddette commerciali, è sicuramente criticabile. Perchè il livello culturale si è abbassato, e non si può negare, se raffrontato a quello della televisione di 40 o 50 anni fa. Per me la tv è nata per fare informazione di massa, non cultura. Quest’ultima la si può fare con l’arte, o anche con la fotografia.

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