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_artist: ROBERTO RIZZO- L’intervista

Roberto Rizzo ha inaugurato la sua mostra “La reinvenzione del quadro” allo spazio 56 a Figino Serenza (CO). L’abbiamo intervistato e ci siamo fatti raccontare il suo modo di dipingere il presente.

Nato a Cernusco sul Naviglio, diplomato all’Accademia di Brera nel 1989, hai una folta lista di mostre personali e di partecipazioni a collettive. Tra le varie mi colpisce il titolo dell’esposizione “Roberto Rizzo. Painting the Present” svoltasi a Londra alla Barbara Behan Contemporary Art e alla Grossetti Annunciata Arte Contemporanea tra il 2005 e il 2006. Potresti dire che anche oggi, in questi tempi incerti, continui a dipingere il presente?

Quello che ogni artista cerca di fare, ogni volta che realizza un’opera, è interpretare il proprio presente senza cadere nella cronaca e, allo stesso tempo, costruire un nuovo universo senza cadere nella retorica.
Il titolo di quelle due mostre era anche il titolo di uno dei due testi del catalogo (l’altro era di Angela Madesani), scritto dal poeta e critico americano Barry Schwabsky. Evidenziava che, dopo decenni nei quali il linguaggio della pittura era stato dato per morto perché superato dai cosiddetti “nuovi linguaggi” dell’arte, in realtà la pittura non solo era ancora viva e vegeta, ma era addirittura in grado di dire cose nuove. Negli ultimi anni la pittura è tornata di moda, ma a me le mode non sono mai interessate perché vanno e vengono. Per rispondere alla tua domanda, continuo e continuerò a dipingere il presente anche se i tempi sono incerti… ma quando mai non lo sono stati.

Sabato 17 ottobre hai inaugurato la mostra “La reinvenzione del quadro” allo spazio 56 a Figino Serenza (CO), un incontro e dialogo con l’artista Marco Grimaldi a cura di Angela Madesani. Quali opere presenti?

Si tratta di una mostra che esprime una posizione forte sulla pittura e sull’arte in generale. Nasce dall’amicizia e dal dialogo che da anni esiste tra me, Angela e Marco ed è possibile grazie a Alessandra Comi e Emanuela Pozzoli, appassionate d’arte da sempre, che ci hanno accolto nel grande e suggestivo spazio 56.
Il titolo della mostra si ispira sia al celebre saggio di Victor Stoichita “L’invenzione del quadro”, sia alla raccolta di saggi di Rosalind Krauss “Reinventare il medium”. Da quando ho iniziato a dipingere sento dire quanto sono coraggiosi i pittori perché “malgrado tutto ancora dipingono” oppure che i pittori sono una specie da proteggere come i panda. Penso che sia arrivato il momento di finirla con queste storie perché ormai abbiamo capito tutti che la pittura esisterà fino a quando esisterà l’essere umano. Può essere figurativa, astratta, illustrativa o decorativa. Ci sono artisti che fanno installazioni pittoriche, oppure artisti che fanno video o performance e si dichiarano pittori.

Per me la questione importante da affrontare, il nodo irrisolto, il tabù da svelare quando si discute di pittura è un altro: il quadro.
Il quadro che è stato demonizzato come simbolo della mercificazione dell’arte alla fine del secolo scorso e che oggi è tornato di moda come se niente fosse successo.
Lo spazio del quadro è nato con la pittura, ancora prima dell’invenzione dell’oggetto quadro, come campo d’azione del pittore, come definizione di uno spazio autonomo e indipendente.

Il quadro è lo spazio della ricerca della dimensione assoluta dell’arte, è lo spazio convenzionale della pittura che deve essere reinventato e riaffermato ogni volta. Una dimensione assoluta non più dogmatica e finalistica ma dinamica e dialettica. Senza questa dimensione l’arte nega se stessa e si riduce a intrattenimento.
In questa mostra non ci nascondiamo e affermiamo che si può reinventare il quadro e si può reinventare la pittura. I quadri esposti sono realizzati su diversi supporti e in diversi formati, in dialogo con il luogo, inteso come spazio ambientale e percettivo. Il mio lavoro e quello di Marco Grimaldi sono completamente differenti, eppure parlano entrambi di pittura.

Hai in programma anche la mostra “Il Carattere riflessivo della pittura” a Finale Ligure che inaugurerà sabato 24 ottobre presso il Complesso monumentale di Santa Caterina – Oratorio de’ Disciplinanti. Curata da Riccardo Zelatore si tratta di una collettiva in cui sarai presente insieme agli artisti Italo Bressan, Sandro de Alexandris, Marco Grimaldi, Gianni Pellegrini, Tetsuro Shimizu e Rolando Tessadri. Nel Comunicato stampa della mostra leggo “Come ha scritto in una lettera il poeta e filosofo francese Paul Valéry (…) il vero pittore, per tutta la vita, cerca la pittura (…)”. In che modo ti ritrovi in questa affermazione?

Paul Valéry è molto amato dai pittori. Per Valéry l’arte è esercizio quotidiano dove la ricerca della perfezione non ha mai fine perché il suo senso si trova nella pratica, nel processo di elaborazione. Ogni innovazione è anche un ritrovamento che non può esaurirsi nel compiacimento superficiale o nella novità fine a sé stessa. Mi ritrovo molto in questa affermazione, perché ogni giorno trovo il senso della pittura e ogni giorno questo mi sfugge.

La lezione dei grandi maestri del passato è presente nella tua ricerca e risulta evidente in certe tue opere nella scelta cromatica o nella stesura del colore, nel dualismo tra il controllo e l’impeto del gesto. Quali artisti ti hanno maggiormente ispirato?

Il desiderio di reinventare il linguaggio della pittura coincide con quello di risalire alle sue origini.  Questo è possibile se si guarda ai grandi artisti del passato. Sono tanti quelli dai quali imparare, sono irraggiungibili ma ci si può provare.
In ogni epoca possiamo trovare grandi pittori che ci danno lezioni, è bello conoscere la loro dimensione iconografica e iconologica, ma per un pittore è necessario cogliere soprattutto la grammatica del loro linguaggio pittorico, che è senza tempo.
Giotto, Piero della Francesca, Tiziano, Rembrandt, Goya, Cézanne, Picasso, Rothko, Bacon, Richter, quante vite ci vogliono per conoscerli? Senza dimenticare poi quegli artisti che nel Novecento hanno lavorato sulla relazione tra la pittura e il quadro come Pollock, Stella, Noland, Ryman, Mangold, Burri, Fontana, Castellani e tanti altri che non possiamo certo lasciare ai fautori del cosiddetto “superamento della pittura” che è solo un artificio retorico.

La verità è che vorrei tanto avere la stessa consapevolezza e intensità del Pontormo o del Bronzino.

Insegni all’Accademia di Belle Arti di Urbino “Decorazione” e “Pittura”. In che modo contribuisci ad aiutare i giovani artisti a cercare una propria strada espressiva?

Credo che il modo migliore sia quello di non invadere il loro campo. Intendo dire che l’intervento del docente di un’Accademia dovrebbe sempre rispettare le singole identità artistiche ed espressive degli studenti, senza imporre modelli linguistici o tantomeno stilistici.

Il lavoro va fatto piuttosto in profondità, aiutando gli studenti a costruire delle basi solide attraverso la definizione di un metodo di analisi e di elaborazione del loro percorso individuale. Questo lo considero utile a prescindere dal fatto che poi facciano una carriera artistica o di altro tipo.

Bisogna partire dalle domande più ovvie, che sono poi le più importanti. Qual è il concetto di decorazione se rapportato alla complessità disciplinare dell’arte contemporanea? Qual è il senso della pratica pittorica in un contesto di crisi del concetto stesso di arte come è quello di oggi?

La soluzione è la ricerca della libertà in un ambito di consapevolezza delle scelte che si fanno di volta in volta. Così la penso io.

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