La quindicesima edizione di MIA Photo Fair BNP Paribas, ospitata negli spazi di Superstudio Più a Milano, si è delineata sin dal principio come un’indagine ambiziosa sul concetto di trasformazione intesa quale ontologia del vitale.
Tuttavia, nel dipanarsi del percorso espositivo, l’istanza curatoriale ha palesato una certa frammentarietà, faticando a tradurre l’unità teorica in una prassi allestitiva del tutto coerente. Sotto l’egida tematica di “Metamorfosi”, il richiamo alla lezione ovidiana prometteva un’esplorazione del mutamento non come mero espediente narrativo, bensì come infrastruttura semantica e materica delle opere: un ecosistema di identità fluide, ibridazioni mediali e ridefinizioni formali. Eppure, la fluidità auspicata ha scontato la difficoltà di riverberarsi pienamente nello spazio fieristico, dove la metamorfosi è parsa sovente cristallizzarsi in un motivo retorico piuttosto che farsi dinamica fenomenologica esperibile dallo spettatore. In questo scenario di luci e ombre, emergono tuttavia nodi espositivi di rigorosa coerenza intellettuale:
Building Gallery. La galleria propone un focus monografico su Roger Ballen (New York, 1950), figura apicale della fotografia contemporanea di cui detiene l’esclusiva per l’Italia. La ricerca di Ballen, radicata da oltre quarant’anni nel contesto sudafricano, si muove lungo il confine sottile tra documento e messa in scena, orchestrando visioni cariche di una densità psicologica quasi insostenibile. Il corpus di opere esposto configura una vera e propria sintesi antologica, capace di restituire la stratificazione di oltre tre decenni di indagine estetica. Attraverso l’estetica del “Ballenesque”, l’artista scava nel rapporto perturbante tra umano e animale, trascinando l’osservatore in un teatro del subconscio popolato da suggestioni carnevalesche e tensioni performative. La selezione spazia dal rigore formale delle serie storiche in bianco e nero — quali Outland, Shadow Chamber e Boarding House — alle cromie oniriche di Spirits and Spaces (2016-2024). L’esposizione si completa con la dimensione eterea dei lightbox di Theatre of Apparitions e l’immediatezza materica delle recentissime Polaroid, offrendo una mappatura esaustiva di un immaginario che fa della trasformazione interiore la propria cifra assoluta.
Galerie Peter Sillem inaugura la nuova serie fotografica di Anastasia Samoylova, un progetto concepito come vero e proprio contrappunto contemporaneo al viaggio visivo compiuto da Berenice Abbott nel 1954 lungo la costa orientale degli Stati Uniti. Partendo dalle raffinate osservazioni poetiche e dalla tensione documentalista del lavoro di Abbott, Samoylova rielabora quel repertorio iconografico, ne conserva l’attitudine investigativa ma ne trasla la grammatica visiva nel presente, per sondare un paesaggio americano segnato da profonde fratture: dislocamenti spaziali e sociali, dissoluzioni di memorie collettive e la lenta metamorfosi di un’idea di nazione. Emerge un corpus in cui la dolorosa perdita materializza il mutamento del “sogno americano”, ora infranto e ridefinito dalle dinamiche politiche, economiche e culturali del nostro presente. Galleria Gaburro presenta i nuovi lavori di Liu Bolin. Nato a Shandong nel 1973 e noto al grande pubblico come “l’uomo invisibile”, Bolin ha elaborato una pratica artistica in cui il corpo diventa luogo di negoziazione tra visibilità e cancellazione: attraverso un body painting meticoloso e una posa immobile, l’artista si fonde con il contesto circostante per essere poi fissato in immagini fotografiche che cristallizzano la tensione tra presenza e assenza. Questo procedimento, apparentemente semplice nella dinamica esecutiva, produce in realtà una rete complessa di rimandi semantici che investono identità, memoria collettiva, potere dell’immagine e responsabilità civica. In questo caso l’artista è stato accolto nel Sito Unesco “Chiesa e il convento Domenicano di Santa Maria delle Grazie” e il ‘Cenacolo’ di Leonardo da Vinci.
Tallulah Studio Art Milano presenta Phillip Toledano. L’intelligenza artificiale ha reso tutto contemporaneamente vero e falso: questa affermazione, iniziale e lapidaria, apre a un’indagine che non riguarda soltanto l’estetica fotografica, ma la stessa logica con cui costruiamo e interpretiamo il mondo. In un’era in cui algoritmi capaci di sintetizzare immagini, voci e testi si sovrappongono alle esperienze dirette, i confini tra documento e invenzione si affievoliscono. Non si tratta più di una semplice perdita di fiducia nell’immagine, ma di una trasformazione ontologica: l’immagine non è più primariamente prova, ma strumento narrativo, agente attivo nella costruzione di memorie collettive.
Another England, secondo capitolo della serie sul surrealismo storico avviata con Another America, si pone precisamente su questa soglia instabile. Se il surrealismo storico di Toledano non si limita a evocare l’incongruo o il meraviglioso, ma reimposta elementi documentari, iconici e artificiali, il progetto diventa un laboratorio in cui la storia è messa alla prova: come si racconta un passato quando le sue tracce possono essere generate, alterate o riassemblate con facilità?
Vue Gallery presenta il progetto fotografico di Julie Scheurweghs, artista e fotografa belga residente a Bruxelles, la cui pratica estetica trasforma l’intimità in atto di resistenza politica. Nelle sue immagini la femminilità e la maternità non sono semplici soggetti emotivi ma terreni di contestazione: Scheurweghs lavora a partire dall’esperienza personale, madre e genitore single, per mettere in luce i meccanismi che rendono invisibile il lavoro di cura. La sua scelta di fotografare i propri figli isolati dallo sfondo familiare agisce come un gesto critico verso l’archivio domestico tradizionale, rivelando come le rappresentazioni familiari cancellino sistematicamente la presenza e l’autorità delle madri. “Maman est là” si articola quindi come una riflessione sul doppio registro dell’intimità: da un lato la tenerezza privata, dall’altro la sua valenza pubblica e politica. Le fotografie costruiscono piuttosto una contro-narrazione che svela i vuoti e le omissioni nelle memorie visive collettive. Lavoro di cura, affettività, responsabilità quotidiana, aspetti spesso naturalizzati e svalorizzati, vengono qui proiettati in primo piano, mostrando come la sottrazione delle madri dall’immagine familiare equivalga a una forma di marginalizzazione storica e culturale.
A Pick Gallery presenta Maria Elisa Ferraris, artista e fotografa italiana il cui lavoro indaga il rapporto vivo e controverso tra l’elemento umano e il paesaggio, muovendosi sul sottile crinale che separa la documentazione dalla rievocazione personale. La sua pratica non si limita a registrare ciò che è visibile: essa cerca invece di tradurre, attraverso l’immagine e il gesto fotografico, una geografia di relazioni — tra corpi, mani, pietre e corsi d’acqua — in cui la memoria collettiva e le esperienze intime si sovrappongono e si interrogano a vicenda.
Il progetto “Sa Cosa de Biddaxidru”, in divenire, avviato durante una residenza nel territorio sardo nella primavera del 2025, costituisce un’esplorazione approfondita di due elementi archetipici dell’isola: l’acqua e la pietra. Ferraris affronta questi materiali come presenze animate e stratificate, portatrici di memorie antiche e di pratiche rituali che continuano a segnarne l’identità. Le sue immagini e le sue sequenze narrative mettono in luce la persistenza di forme rituali e di saperi pratici che dialogano con le trasformazioni imposte dal tempo e dall’urbanizzazione contemporanea.
INFO
MIA Photo Fair BNP Paribas
Da giovedì 19 marzo a domenica 22 marzo 2026
Giovedì – venerdì: ore 11.00 – 21.00
Sabato – domenica: ore 11.00 – 20.00
Superstudio Più, via Tortona 27, Milano









