Opus in fieri: Federico Branchetti e Fabio Iemmi, la materia come soglia del gesto a Palazzo da Mosto a Reggio Emilia

Fino all’8 febbraio 2026, le sale quattrocentesche di  Palazzo da Mosto a Reggio Emilia  ospitano “Opus in fieri” la bi-personale di Federico Branchetti e Fabio Iemmi.

Due artisti appartenenti a generazioni differenti ma accomunati da un’attenzione radicale alla materia come campo di tensione, processo e possibilità. La mostra, curata da Greta Martina e promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani, si inserisce con precisione chirurgica nel solco di una riflessione sul non ancora, su ciò che precede la forma compiuta e ne custodisce la potenza.

Come sottolinea la curatrice, Opus in fieri non è un elogio dell’incompiuto in senso romantico, né un esercizio di sospensione estetizzante. Al contrario, è un’indagine sul momento che precede il gesto risolutivo, su quella soglia instabile in cui la materia non ha ancora assunto un’identità definitiva ma già orienta il fare, ne detta i tempi, ne condiziona le scelte. In questo spazio liminale, Branchetti e Iemmi operano come interpreti di una grammatica primaria, in cui il fare artistico coincide con l’ascolto delle resistenze e delle vibrazioni intrinseche dei materiali.

IL PERCORSO ESPOSITIVO

Il percorso espositivo si apre con Liminale, il progetto di Federico Branchetti (Reggio Emilia, 1994), articolato nelle prime due sale. Qui il giovane scultore presenta una selezione di opere inedite concepite appositamente per Palazzo da Mosto, tra cui spicca L’Uomo del Fiume II, una grande scultura in argilla cruda modellata direttamente negli spazi museali. La scelta di un materiale fragile, non cotto, esposto alle variazioni ambientali e al rischio di trasformazione, chiarisce immediatamente la postura teorica dell’artista: la scultura non come oggetto stabile, ma come organismo sottoposto a forze esterne, gravità in primis.

Accanto alla dimensione plastica, il disegno assume un ruolo strutturale nella pratica di Branchetti. I Disegni simultanei, realizzati durante viaggi in treno e in automobile, senza interruzioni per l’intera durata del tragitto, non sono semplici esercizi diaristici, ma dispositivi di misurazione del tempo e del corpo nello spazio. Il gesto grafico, continuo e inevitabilmente imperfetto, registra lo scorrere, l’attrito, la perdita di controllo. In questa oscillazione tra intenzione e accidente, Branchetti interroga la grammatica stessa della scultura: il peso che affonda i volumi, la tensione tra massa e spazio, la figura umana come campo di forze più che come icona.

Nelle ultime due sale il percorso si trasforma, senza però perdere coerenza. Metacantieri – Vibrazioni sonore della materia è il progetto di Fabio Iemmi (Montecchio Emilia, 1952), artista che da decenni lavora sul confine tra pittura, installazione e architettura. Le opere a parete, in gran parte inedite, dialogano con l’installazione Codici, una serie di lavori tessili realizzati su catene Gobelin e jacquard, in cui titoli e superfici si intrecciano letteralmente attraverso fibre di lana, lino e lurex.

La ricerca di Iemmi si fonda su una concezione della materia come pelle sensibile, superficie viva e mutabile. Madreperla, polveri metalliche, terre naturali, intonaco, carta giapponese, lacche: materiali che rimandano agli apparati dell’architettura e che l’artista rielabora attraverso pratiche antiche – pittura murale, graffito, strappo – reinterpretandole in chiave contemporanea. Le sue opere non si esauriscono nel momento della realizzazione, ma continuano a mutare nel tempo, soggette a trasformazioni, ossidazioni, degenerazioni. È una temporalità lunga, quasi geologica, che si oppone frontalmente alla logica dell’oggetto finito e stabile.

Se le pratiche di Branchetti e Iemmi appaiono formalmente distanti, è nella comune adesione alla materia come principio attivo che la mostra trova il suo baricentro. In entrambi i casi, la materia non è semplice mezzo, ma soggetto agente: custodisce una potenzialità in divenire, impone limiti, suggerisce deviazioni. È centro e oggetto, misura del fare e dell’immaginare. In questo senso, Opus in fieri non è solo il titolo della mostra, ma una dichiarazione di metodo, una presa di posizione critica che restituisce all’arte la sua dimensione processuale, fragile e necessaria.

In un tempo dominato dalla smaterializzazione e dalla velocità dell’immagine, la scelta di tornare alla densità, al peso, alla resistenza dei materiali assume una valenza quasi politica. Palazzo da Mosto diventa così non solo contenitore, ma parte integrante di un dispositivo che invita a rallentare, a sostare sulla soglia, a riconoscere nella materia – ancora una volta – un luogo di pensiero.

LE OPERE

INFO

Federico Branchetti e Fabio Iemmi. Opus in fieri
A cura di Greta Martina
Palazzo da Mosto, Reggio Emilia
17 gennaio – 8 febbraio 2026

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