Negli ultimi anni i musei hanno cambiato pelle, o forse solo maschera.
Non sono piĂš soltanto i templi silenziosi in cui entrare in punta di piedi per ascoltare le voci della storia, dellâarte e della visione, ma sempre piĂš spesso diventano palcoscenici, scenografie di passaggio, cornici luminose per chi deve testimoniare al mondo la propria presenza.

Ă lâeffetto di quella che potremmo chiamare generazione Temptation Island, cresciuta tra reality, filtri di Instagram e scroll compulsivi di TikTok, una generazione che non visita i luoghi ma li consuma, trasformando qualsiasi spazio in set luccicante e qualsiasi momento in occasione per apparire.
Visitare un museo, per sua intima natura, è un atto che richiede tempo: tempo per fermarsi, tempo per leggere, tempo per guardare, tempo per capire, tempo per immergersi, tempo per emozionarsi.
Il museo è lentezza, è una pratica che chiede durata, voglia e concentrazione, è un esercizio di sguardo lungo, un corpo a corpo con le opere che pretende silenzio e disponibilità interiore. E invece oggi, dentro la logica social, il tempo è diventato il nemico numero uno: ogni immagine deve bruciare in pochi secondi, ogni gesto deve condensarsi in un istante da catturare, postare e dimenticare subito dopo. à un ribaltamento radicale, un cortocircuito esistenziale.
Ma questo fenomeno va oltre la semplice superficialitĂ . Si è innescato un meccanismo piĂš profondo e insidioso: per questo segmento sociale piĂš che generazionale, lâinteresse artistico non nasce piĂš da un autentico desiderio di conoscenza o da unâaspirazione estetica, ma si sviluppa esclusivamente come estensione del proprio egocentrismo. Lâopera dâarte cessa di essere un fine (un oggetto da comprendere, da cui farsi trasformare) e diventa un mezzo, uno strumento per la costruzione e la conferma della propria immagine sociale.
Non è piĂš âche cosa mi lascia questâopera?â, ma âcome mi fa apparire la foto accanto a questâopera? Mi farĂ fare piĂš like? Mi farĂ sembrare piĂš figo agli occhi dei miei followers?

CosĂŹ il museo, da luogo di crescita, si trasforma in vetrina; da spazio per lâinterioritĂ diventa sfondo per lâesterioritĂ . Si entra non per contemplare, ma per performare. Non per crescere, ma per comparire. I selfie o le immagini in generale diventano i veri riti sacri della visita: pose calibrate, angoli studiati, filtri che restituiscono unâimmagine del sĂŠ piĂš levigata e curata dellâopera stessa. Lâattenzione si sposta dallâoggetto osservato al soggetto che si osserva mentre osserva. Ă la celebrazione del sĂŠ come opera dâarte suprema.
I musei, dal canto loro, spesso assecondano questa deriva, e corrono ai ripari. Si improvvisano, ricorrono a curatori influencer, moltiplicano stanze di specchi, installazioni immersive, set “instagrammabili”, luci che trasformano lâesperienza culturale in pura attrazione. In questo patto non scritto, il rischio è che il valore culturale venga misurato in like e condivisioni, svuotando il significato stesso dellâopera e della sua fruizione.
Lâapproccio non è piĂš di accrescimento culturale ed estetico, ma di estrazione di valore sociale.
Lâarte viene âminataâ per estrarne status, un contenuto da inserire nel flusso narrativo del proprio profilo per dimostrare di essere colti, trendy, presenti. Ă unâoperazione di marketing del sĂŠ che utilizza la cultura come capitale simbolico. Il focus non è sullâevoluzione personale che scaturisce dallâincontro con il bello e il complesso, ma sulla proiezione immediata di unâidentitĂ giĂ confezionata: quella dellâindividuo culturalmente Ă la page.
Eppure, per quanto questo fenomeno possa sembrare vuoto e auto-referenziale, non è detto che sia del tutto sterile. Forse per molti giovani questa vetrina è un primo varco, unâoccasione di incontro con luoghi che altrimenti resterebbero lontani, ostili, elitari. Forse il selfie davanti a un Caravaggio non cancella del tutto la possibilitĂ che quel Caravaggio, a un certo punto, parli davvero, costringendo anche lo spettatore piĂš distratto a un fugace, autentico confronto.
Ma resta lâimpressione di una frattura profonda: la cultura che dovrebbe insegnare la lentezza e la profonditĂ si piega alle regole della velocitĂ e della superficie. Il tempo dellâarte â che è tempo esteso, dilatato, profondissimo â si riduce alla durata di uno scorrere col pollice sullo schermo. Cosa si perde quando lâesperienza estetica si riduce a una performance pubblica? Si perde la possibilitĂ dello smarrimento, del dubbio, della lenta assimilazione. Si perde il dialogo intimo e silenzioso tra lâopera e lo spettatore, un dialogo che può essere scomodo, destabilizzante e, proprio per questo, trasformativo.
La sfida per i musei contemporanei è quindi duplice: riuscire a immaginare spazi in cui lâapparire non soffochi il crescere, in cui il selfie non sostituisca la contemplazione ma possa, in qualche modo, aprirle la strada. Serve il coraggio di pretendere ancora tempo, di non piegarsi del tutto alla tirannia della velocitĂ , di custodire il silenzio come un bene raro e prezioso.
Se câè qualcosa che lâarte insegna, da sempre, è che lo sguardo vero, quello che cambia chi guarda, quello che lo emoziona, ha bisogno di durare. Ha bisogno di spegnere il telefono per accendere la mente.
Altro che falò di confronto o party in piscina!





