Fino al 23 agosto 2026 la Fondazione Palazzo Strozzi dedica un’ampia retrospettive a Mark Rothko, figura cardinale della pittura del Novecento.
Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, la mostra Rothko a Firenze non si limita a presentare un’antologia di capolavori, ma costruisce un progetto concepito in stretta relazione con l’architettura del palazzo e con la storia visiva della città.
Nel dialogo tra le sale rinascimentali e le superfici cromatiche dell’artista, la pittura di Rothko appare come un campo di tensione tra disciplina classica e libertà espressiva. Il colore non resta più semplice elemento formale, ma si dilata in spazio percettivo, trasformando la tela in una soglia contemplativa. Firenze diventa così un contesto privilegiato per interrogare il modo in cui Rothko ridefinisce la bidimensionalità pittorica, trasformandola in un’esperienza immersiva e quasi architettonica.
Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava” afferma Christopher Rothko, curatore della mostra. “Ispirato dai suoi viaggi a Roma e Firenze, quell’elemento spirituale divenne ancora più centrale. In tutta la mostra abbiamo allestito sale intime dove l’interazione personale con le opere di Rothko è massimizzata e valorizzata dalla loro risonanza con le sale storiche
stesse”.

Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
IL PERCORSO ESPOSITIVO
Il percorso espositivo riunisce oltre settanta opere provenienti da alcune delle più importanti istituzioni museali internazionali, tra cui il Museum of Modern Art e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington. Molti dei lavori esposti non erano mai stati presentati prima in Italia, rendendo l’esposizione una rara occasione di confronto diretto con l’intero arco della ricerca dell’artista.
L’itinerario segue un andamento cronologico che restituisce la trasformazione radicale del suo linguaggio.
Figurazione e Surrealismo
Gli esordi di Mark Rothko si collocano nel territorio della figurazione. Nudi, interni e scene urbane rivelano un dialogo intenso con la tradizione europea, dal Rinascimento alla modernità, con echi di Francisco Goya, Jean-Auguste-Dominique Ingres e Henri Matisse. All’inizio degli anni Quaranta il linguaggio si sposta verso un immaginario neo-surrealista: figure biomorfiche e riferimenti mitologici diventano strumenti per esplorare l’inconscio e la dimensione universale dell’esperienza umana.
Multiforms e prima astrazione
Intorno al 1946 Rothko abbandona progressivamente la figura. Le forme si dissolvono in campiture cromatiche irregolari che la critica chiamerà in seguito Multiforms. In questi dipinti il colore diventa protagonista e la composizione assume un carattere quasi architettonico, anticipando il formato classico che definirà la sua pittura negli anni successivi.
Gli anni Cinquanta
Nel decennio della maturità Rothko sviluppa il suo linguaggio più riconoscibile: due o tre rettangoli cromatici sospesi nello spazio della tela. Il viaggio in Italia del 1950 e l’incontro con l’arte di Giotto e Beato Angelico rafforzano la sua attenzione per proporzione e luce. Le superfici pittoriche, costruite attraverso sottili velature, generano uno spazio emotivo che coinvolge direttamente lo spettatore.
Metà e fine anni Cinquanta
Con il passare del decennio la tavolozza si raffredda e si fa più introspettiva. Verdi e blu profondi sostituiscono i rossi luminosi della fase precedente, mentre la pittura assume un tono più meditativo. Rothko insiste sull’idea che i suoi dipinti debbano parlare senza mediazioni, instaurando un rapporto diretto e silenzioso con chi li osserva.
Bozzetti per i Seagram Murals
Gli studi realizzati tra il 1958 e il 1962 rivelano la nascita delle grandi composizioni murali. Su carta e tempera Rothko sperimenta proporzioni, distanze e tensioni tra le campiture cromatiche. La pittura viene concepita come un’architettura emotiva, capace di creare uno spazio di concentrazione e di raccoglimento.
Bozzetti per gli Harvard Murals
I disegni preparatori per il ciclo destinato ad Harvard mostrano una ricerca più austera e concentrata. Bande verticali e velature sottili costruiscono un ritmo visivo che alterna luce e oscurità. In questi studi Rothko indaga la possibilità di creare un ambiente immersivo capace di evocare temi estremi come morte e rinascita.
Primi anni Sessanta
L’esperienza dei murali e il progetto per il Seagram Building di New York portano Rothko a concepire la pittura come spazio architettonico. Campiture di granata, rosso scuro e nero generano superfici dense, dove la luce sembra trattenuta all’interno del colore. L’eco dell’architettura di Michelangelo, in particolare del vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, si avverte nella tensione compressa di queste opere.
Fine anni Cinquanta – primi Sessanta
La tavolozza si intensifica ulteriormente con rossi profondi e tonalità brune. Le superfici pittoriche diventano più dense e atmosferiche, mentre la luce appare come trattenuta ai margini dell’oscurità. È una fase di forte concentrazione emotiva, accompagnata dal crescente riconoscimento internazionale dell’artista.
Tardi anni Sessanta
Nell’ultimo decennio Rothko lavora soprattutto a progetti pubblici e cicli pittorici. Tra questi emerge la serie Black and Grey, caratterizzata da campi cromatici austeri e da una nuova essenzialità formale. L’uso dell’acrilico e la presenza di bordi bianchi accentuano la tensione tra superficie e profondità.
Opere tarde su carta
Negli ultimi mesi della sua vita Rothko realizza grandi lavori su carta dominati da tonalità delicate: azzurri pallidi, terre rosate, terracotta. La pittura si riduce a una presenza quasi immateriale, silenziosa e meditativa, che richiama la semplicità cromatica della tradizione quattrocentesca.
LA MOSTRA IN CITTA’
Il progetto espositivo non si limita tuttavia a Palazzo Strozzi. La mostra si estende alla città coinvolgendo due luoghi fondamentali per l’immaginario dell’artista: il Museo di San Marco e il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana. Al San Marco cinque opere di Rothko sono collocate nelle celle affrescate da Beato Angelico, creando un confronto inatteso tra due concezioni della pittura separate da secoli ma unite da una comune tensione spirituale.
Il legame tra Rothko e Firenze risale al 1950, quando l’artista visitò la città con la moglie Mell. L’incontro con gli affreschi di Beato Angelico al San Marco e con l’architettura michelangiolesca della Laurenziana lasciò un segno profondo nella sua sensibilità. Rothko tornò in questi luoghi nel 1966, riconoscendovi una concezione dello spazio capace di coniugare disciplina formale e intensità emotiva.
Non sorprende quindi che molti osservatori abbiano individuato un’affinità tra la quiete contemplativa delle celle dipinte da Beato Angelico e la tensione spirituale delle superfici cromatiche di Rothko. Entrambi sembrano inseguire la stessa domanda: come può la pittura evocare una dimensione di trascendenza restando ancorata alla materia del colore?
Rothko ha ridefinito il linguaggio della pittura del Novecento, trasformando il colore in esperienza, spazio e meditazione”
afferma Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi. In questo senso la mostra non è soltanto una grande retrospettiva, ma un dispositivo di percezione: un invito a rallentare lo sguardo e a entrare nella densità emotiva della pittura.
A Firenze, città dove arte e architettura hanno storicamente costruito ambienti di contemplazione, l’opera di Rothko ritrova così un contesto sorprendentemente naturale. Le sue tele, sospese tra luce e silenzio, sembrano rispondere alla stessa aspirazione che attraversa la tradizione figurativa italiana: trasformare lo spazio dell’immagine in uno spazio dell’esperienza interiore.
Nebulosi, misteriosi, assurdi (c’è chi direbbe oscuri, torbidi, vuoti), forse ci sfidano a dare un senso a quanto vediamo attraverso la via alquanto indiretta delle sensazioni. Abissi di colore all’apparenza informe o, in periodi precedenti, bizzarri interni con figure che paiono ignare della presenza reciproca, racchiudono un contenuto e uno scopo che eludono facilmente la nostra comprensione
Christopher Rothko
Estratti dal catalogo della mostra edito da Marsilio Arte
EXHIBITION VIEW
L’ARTISTA

1952-1953 circa
Photo Henry Elkan/Courtesy The Rothko Family Archive.
Mark Rothko (Marcus Rothkowitz) nasce a Dvinsk, Russia, nel 1903. All’età di dieci anni, emigra con la madre e la sorella negli Stati Uniti per raggiungere il padre e i fratelli a Portland.
Dal 1921 al 1923 frequenta la Yale University, per trasferirsi successivamente a New York.
Nel 1929 Rothko inizia a insegnare al Center Academy of the Brooklyn Jewish Center, incarico che ricoprirà per i successivi vent’anni. Nel 1935 è tra i fondatori del gruppo The Ten, con cui espone fino al 1940. Tra il 1936-1937 fa parte della divisione di pittura da cavalletto del W.P.A. Federal Art Project, dipingendo quadri per edifici governativi. Nel 1940 Mark Rothko fonda la Federation of Modern Painters and Sculptors.
Nei dipinti e acquerelli realizzati tra la fine degli anni Trenta e il 1946 è evidente l’interesse verso la mitologia greca, l’arte primitiva e la psicoanalisi. Influenzato dai pittori surrealisti, sperimenta la tecnica del disegno automatico, creando forme astratte con allusioni alla vita umana e animale. Opere di ispirazione surrealista sono esposte nel 1945 nella mostra personale presso Art of This Century, la galleria newyorkese di Peggy Guggenheim. Espone
varie volte alla mostra annuale del Whitney Museum of American Art.
Verso la fine degli anni Quaranta la sua pittura cambia in maniera sostanziale: abbandona la figurazione di matrice surrealista per dedicarsi a composizioni astratte che diventeranno la sua cifra stilistica. Tele di grandi dimensioni sono composte da campiture fluttuanti e sovrapposte di colore. Nel 1954 ha una personale all’Art Institute of Chicago mentre nel 1958 espone alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno accetta la commissione di un ciclo di dipinti per il
famoso ristorante newyorkese Four Seasons all’interno del Seagram Building. Rothko abbandonerà in seguito il progetto e le tele saranno poi donate alla Tate di Londra, con l’impegno che vengano esposte insieme in una sala separata. Espone al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris nel 1962 e al Guggenheim Museum di New York nel 1963.
Dal 1964 al 1967 Rothko lavora a un ciclo di dipinti commissionati dai collezionisti e mecenati Dominique e John de Menil per una cappella a Houston. La cappella, ora aconfessionale, ospita quattordici tele, corrispondenti alle stazioni della Via Crucis. Nel 1969 viene creata The Mark Rothko Foundation con l’obiettivo di fornire assistenza ad artisti
disagiati. Gravemente malato, Mark Rothko si suicida nel suo studio a New York nel 1970.
INFO
Rothko a Firenze Firenze
Palazzo Strozzi
14 marzo – 23 agosto 2026
www.palazzostrozzi.org















