ORE SOSPESE Un diario Italiano alla Podbielski Contemporary di Milano

Podbielski Contemporary di MIlano propone un progetto espositivo, un omaggio intimo dedicato all’Italia. Tale progetto nasce dalla volontà di riunire sensibilità visive che, per quanto cronologicamente e geograficamente distanti, sono accomunate da un’indagine sugli spazi vuoti e sul tempo sospeso.

Le opere in mostra costituiscono una summa di lavori incentrati sul paesaggio italiano, inteso come portatore di valori condivisi, vettore di storia e di memoria – una sorta di contraltare rispetto ai non-luoghi definiti dall’antropologo francese Marc Augé, per cui la vista delle rovine ci fa intuire l’esistenza di un tempo che non è quello di cui parlano i manuali di storia o che i restauri cercano di resuscitare. È un tempo puro, non databile, assente dal nostro mondo d’immagini, di simulacri e di ricostruzioni. Si parla di un’Italia che non viene narrata nell’ottica di un percorso canonico, costellato di luoghi dai connotati chiari, ma di spazi reinterpretati attraverso lo sguardo interiore di diversi fotografi. Il risultato è un lento approdo a una dimensione metafisica, che oltrepassa la realtà oggettiva e tangibile dei singoli soggetti ritratti.

Negli ultimi mesi abbiamo attraversato un periodo di sofferenza e di paura, che ha profondamente inciso sulla nostra percezione dello spazio e del tempo: lo spazio si è ridotto, e il tempo si è dilatato, facendo così avvertire tutto il suo peso, tra l’ansia del presente, l’incertezza del futuro e la possibilità di focalizzarsi in modo più consapevole su alcuni ricordi. D’altronde, come osserva il filosofo Roberto Diodato, noi siamo fatti di tempo, siamo forme di tempo spezzato, pezzi di divenire, eventi, e il mio io non è altro che ricordo e memoria, imprecisa e intermittente.
Come noi, anche i luoghi che abitiamo sono essenzialmente fatti di tempo, ed è proprio riflettendo su questa reciproca compenetrazione che il percorso espositivo intende proporre ai suoi noti o dimenticati spazi-di-tempo. Un lasso temporale, quello della fotografia, che non si sviluppa nel suo perenne trapassare, ma che è tutto concentrato e cristallizzato in un istante carico di senso.

È l’istante del battito di Heartbeat, il cuore di neon di Fabrizio Ceccardi (1960), sospeso nella sua abbagliante forza vitale, tra la luce e il buio, tra l’adesso e il mai più. Un cuore artificiale che si lascia cullare dal battito ondivago, silenzioso e a tratti sospeso del quotidiano vivere, nell’accettazione della totale imprevedibilità degli equilibri che dominano l’esistenza. Lo stupore e al contempo la carica vitale emanate dall’immagine, sanciscono l’avvio del percorso narrativo dell’intero progetto.

Nella sezione storicizzata, la lente di Luigi Ghirri (1943-1992) diventa un potente mezzo narrativo capace di cogliere frammenti di una realtà senza tempo, aprendo molteplici possibilità di percezione di sé e del mondo esterno. Nelle sue foto si contempla l’inevitabile poeticità del non ancora e di un presente che, nel momento stesso del suo accadere, diviene già malinconico passato. Tra le vedute raccolte, spicca l’immagine di un bambino fotografato nel suo primo giorno di scuola, alle cui spalle si può scorgere una cartina geografica che ritrae la nostra penisola.

A seguire le fotografie di Augusto Cantamessa (1927-2018), che narrano un universo di vita intriso di atmosfere piemontesi, uno spaccato sociale e culturale dal forte valore umano. Come racconta Bruna Genovesio, le sue immagini sono un caleidoscopio di stati d’animo e atmosfere rappresentative di un mondo che mutando continuamente, rimane intatto nelle sue peculiarità umane e naturali.
All’interno del percorso contemporaneo Ilaria Abbiento (1975) propone una selezione di scatti tratti da Quaderno di un’isola, realizzati all’Asinara, in Sardegna. La sua ricerca si sviluppa attorno al tema del viaggio, inteso metaforicamente come un percorso di ricerca ed approfondimento interiore. È significativa la scelta del faro solitario di Punta Scorno, un luogo custode di una dimensione che si colloca al di fuori dell’umano, inaccessibile, quasi metafisica.

La stessa atmosfera traspira da una serie di notturni realizzati da Ugo Ricciardi (1975) presso rinomate zone nuragiche, come il pozzo sacro di Santa Cristina o la Tomba dei Giganti. I suoi scatti sono animati da un’aura di sacralità in grado di cogliere il senso del mistero che aleggia in quei luoghi.
Luca Campigotto (1962) propone una veduta di Venezia secondo la prospettiva capovolta di Palazzo Grimani: La Tribuna, viene ripresa secondo il gioco prospettico del “sotto in su”, sulla scia dei pittori illusionistici attivi tra il tardo cinquecento e l’inizio del seicento. La scultura riprende un giovane Ganimede, appeso al centro della sala nell’istante in cui viene rapito da un’aquila mandata da Zeus o, secondo quanto tramandato da Ovidio, impersonata dallo stesso Dio.

Roberto Cotroneo (1961) espone alcune vedute inedite concepite durante il periodo di lockdown, tra le quali spiccano gli scatti notturni realizzati presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, a Roma. Luoghi dove la consuetudine dell’esserci è limitata dagli orari, dai flussi, ed un è tempo deciso da altri… come egli stesso osserva. L’immensità di questi spazi museali, improvvisamente denudata dalla
presenza umana, appare immersa in un silenzio surreale, poiché priva dell’elemento che ne anima la loro vita stessa. Le architetture delle sale assumono così una valenza onirica, quasi inquietante, e mostrano quello che non si riesce più a vedere, come succede per buona parte della letteratura, che racconta nient’altro che l’indicibile, l’inesprimibile.

La sottile dicotomia che si crea tra i tempi e gli spazi sospesi dell’abitare metropolitano è al centro dell’opera di Marco Dapino (1981), che ispirandosi ai versi delle poesie dello scapigliato Delio Tessa, accompagna lo sguardo del visitatore a immergersi nella scoperta di Milano. Le foto in mostra immortalano un tetraedro luminoso posto all’ingresso della Stazione Centrale, edificio emblematico della città, di cui l’artista vuole portare alla luce il lato più misterioso, magico ed occulto, facendo emergere l’incessante interazione che avviene fra l’uomo e lo spazio circostante.
Massimiliano Gatti (1981) propone la serie Anche tu sei collina, ispirata dalla raccolta di nove poesie che Cesare Pavese pubblicò per la prima volta nella rivista “Le tre Veneziane”, nel 1947. Il pal di castegn sorregge le viti, instancabilmente immerso nella terra, arsa d’estate e fradicia d’inverno. Questi pali sono, ad un tempo, radicamento solido e sostegno stabile per le viti che crescono e ogni anno germogliano uva. Gatti affonda le radici delle sue origini attraverso i pali dei vigneti in collina, una metafora che ben esemplifica lo stretto rapporto che lo lega alla terra natale e alle generazioni passate.
Thomas Jorion (1976) propone una serie di scatti tratti da Veduta, progetto fotografico realizzato tra il 2009 e il 2019, in occasione di un Grand Tour lungo la penisola italiana.
Anche in questo caso ci addentriamo in un’Italia magica ed ammaliante, costellata di luoghi intrisi di un magnifico decadentismo. Le persiane chiuse di una sala da ballo, una stanza affrescata, una masseria abbandonata: la natura e il tempo si fanno inesorabilmente spazio in questi luoghi abbandonati. La ricerca di Marco Rigamonti (1958), dal titolo Presepi e dintorni – Nativity Scenes, si sviluppa lungo le strade di campagna della sua Pianura Padana. Uno sguardo intimo, nostalgico ed affascinante che indugia su quei luoghi dove vigeva l’usanza di esporre presepi intrisi di cultura popolare davanti alle proprie abitazioni, nell’aia della fattoria o nei cortili.
Le fotografie di Massimo Siragusa (1958) ritraggono il famoso Cretto di Gibellina, l’opera di land art che Alberto Burri realizzò, tra il 1984 e il 1989, sulle rovine del paese siciliano distrutto dal terremoto del Belice nel 1968. Dagli scatti emerge la travolgente monumentalità dell’opera, che si contrappone ad una serie di dettagli più materici. Egli stesso descrive che il Cretto di Burri appare di colpo, appena dopo una curva. È una visione impressionante, surreale. Un lenzuolo adagiato sul verde della collina. Burri ha trasformato la tragedia in opera d’arte.

Il percorso artistico di Jacopo Valentini (1990) raggiunge il suo culmine nella serie di Volcano’s Ubiquity, suo primo lavoro che verte su un neologismo: la vulcanicità. Il progetto fotografico, raccoglie una serie di riflessioni attorno all’immagine del vulcano Vesuvio, elemento distintivo della città di Napoli. L’obbiettivo centrale della sua ricerca consiste nel decontestualizzare determinati elementi di un luogo, strappandoli e reinserendoli in uno spazio distante dall’habitat naturale, come nel caso del biscotto di San Gennaro esposto in mostra.
Bruno Cattani (1964), presenta uno scatto da Memorie, serie che raccoglie momenti catturati attraverso frammenti di reale che ci restituiscono emozioni di vita e situazioni che appartengono al passato. Si tratta di volti, oggetti, luoghi e giocattoli che guidano il visitatore in un viaggio attraverso il passato.
A concludere il percorso Francesco Zizola (1962), fotoreporter già vincitore di numerosi premi World Press Photo, che suggerisce un approccio fotografico inedito, con una serie di fotografie che indagano la superficie materica alle pendici dell’Etna: una superficie quasi lunare e al contempo inafferrabile.

I FOTOGRAFI IN MOSTRA

Luigi Ghirri |Augusto Cantamessa | Ilaria Abbiento |Luca Campigotto | Bruno Cattani | Fabrizio
Ceccardi | Roberto Cotroneo | Marco Dapino | Massimiliano Gatti | Thomas Jorion | Ugo Ricciardi |
Marco Rigamonti |Massimo Siragusa | Jacopo Valentini | Francesco Zizola.

INFO

ORE SOSPESE
Un diario Italiano
A cura di Pierre André Podbielski e Maud Greppi
Fino al 19 dicembre
PODBIELSKI CONTEMPORARY
Via Vincenzo Monti, 12 | 20123 Milano
www.podbielskicontemporary.com

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