Marzia Ratti al Filandone di Martinengo: Psychè. Enduring Breath indaga la coscienza nell’era del controllo

Alla Biblioteca Comunale Il Filandone di Martinengo (BG) prende forma Psychè. Enduring Breath, mostra personale di Marzia Ratti.

Un progetto, a cura di Emilia Agosti, che non si limita a raccogliere opere, ma costruisce un campo di tensione in cui estetica e pensiero si coagulano attorno a una domanda non eludibile: cosa resta dell’umano quando la coscienza si fa sistema?

La mostra attraversa quasi due decenni di ricerca, configurandosi come una retrospettiva stratificata più che una semplice antologica. Il lavoro di Ratti si muove lungo una linea di frizione tra scienza e coscienza, dove il dato non è mai neutro e la materia non è mai soltanto materia. Luce, superfici, volumi e dispositivi concettuali si organizzano come sintomi di un unico organismo in mutazione.

Il titolo agisce come una chiave semantica. Psychè non è qui categoria filosofica astratta, ma territorio conteso. Da un lato il soffio, impulso irriducibile e invisibile; dall’altro la sua traduzione in struttura, codice, immagine. È in questo scarto che l’artista inserisce la propria indagine, mettendo in scena una progressiva esternalizzazione della psiche che diventa dato manipolabile, superficie esposta, architettura controllabile.

L’iconografia è tanto essenziale quanto perturbante. Uova, involucri, clessidre non funzionano come simboli chiusi, ma come dispositivi di compressione. Il tempo si condensa, il corpo si trasforma in contenitore, l’identità in interfaccia. Ne emerge una figura umana decentrata, attraversata da flussi che la eccedono. Non più individuo, ma nodo.

Eppure, nel cuore della mostra, si apre una crepa. Le opere più recenti introducono una torsione inattesa. Laddove il sistema sembrava aver assorbito ogni residuo, riaffiora una possibilità critica. Le figure infantili, spesso dotate di ali, non incarnano una fuga ma una tensione. Il “soffio” torna a manifestarsi come gesto minimo, come resistenza elementare.

Non è una redenzione, né un ritorno nostalgico a un’idea originaria di autenticità. Piuttosto, un riemergere intermittente della coscienza come facoltà di vedere. In questo senso, Psychè. Enduring Breath evita la retorica distopica e sceglie una postura più ambigua, più fertile: quella di chi osserva il sistema dall’interno, cercando nelle sue pieghe un margine di scarto.

Il percorso espositivo diventa così un dispositivo riflessivo che coinvolge lo spettatore senza concedergli neutralità. La domanda finale non è dichiarata, ma insiste: è ancora possibile sottrarre qualcosa alla logica della replicazione e del controllo? Ratti non offre risposte, ma individua un punto di resistenza. Minimo, quasi impercettibile. Un respiro che continua, ostinato, a non lasciarsi catturare.

TESTO CRITICO A cura di Emilia Agosti

Marzia Ratti è un’artista sensibile, intelligente e sapiente, che vive l’arte come forma e linguaggio di comunicazione totale. Utilizza diversi linguaggi, dal design all’arte concettuale, intrecciando competenze e coscienze — passate, presenti e future — trasformando ogni progetto in un viaggio di vibrazioni.
Le sue creazioni fluttuano nello spazio attraverso molteplici espressioni, dalla pittura alle installazioni, dalla materia alla luce, in un equilibrio tra contenuto e tecnica. Il suo intento è creare un dialogo con l’osservatore, stimolando pensiero e dubbio creativo in un tempo segnato da paure e inquietudini date dalla crescente spinta tecnologica.
Nella sua visione, scienza, geometria e matematica universale si fondono con etica, bioetica e psicologia, su diversi piani di coscienza. L’invito è di riflettere oltre l’ordinario, interpretando l’opera come proiezione delle proprie dimensioni interiori: una scintilla che richiama la coscienza in un mare di asettica omologazione.
La sua ricerca è un viaggio nel subconscio che si nutre di luce e si espande verso una dimensione post-umana. Un’espressione che indaga l’intimità dell’anima e della mente, restituendo un essere umano concreto ma inquieto, proiettato verso un futuro in cui scienza e tecnologia ridefiniscono, senza limiti, i confini dell’umano.
Tutta la sua ricerca ha origine da una soglia invisibile: una particella, una scintilla, un impulso minimo che sfugge alla percezione ma genera il movimento del mondo. È da questo punto infinitesimale — insieme scientifico e visionario — che prende forma un universo in cui luce, materia e coscienza non sono elementi separati, ma manifestazioni di un unico campo in continua trasformazione.

La luce, fin dalle prime opere, non è mai soltanto mezzo o linguaggio: è energia primaria, propagazione, campo quantico che connette, struttura che rende visibile ciò che normalmente sfugge alla percezione. La luce è già pensiero. I fasci luminosi, i neon, le strutture trasparenti costruiscono uno spazio in cui il visibile appare come l’emersione temporanea di qualcosa di più profondo e instabile.

In questo scenario, anche l’uomo si trasforma. Non più organismo unitario e stabile, ma sistema attraversato da forze, da dati, da impulsi. Un “uomo-macchina” che non può più essere descritto come semplice assemblaggio funzionale, ma come totalità complessa nella sua precarietà, in continua ridefinizione.
Fin dalle opere iniziali, la ricerca si radica in una visione che potremmo definire olistica e insieme quantica: il reale non è riducibile alla somma delle sue parti, ma si manifesta come rete di relazioni, interazioni, sovrapposizioni. Il mondo subatomico — con la sua logica non intuitiva, con i suoi fenomeni simultanei e interconnessi — diventa un modello per ripensare anche il vivente, e con esso l’umano il quale, anche quando si ibrida con la macchina, non è mai completamente riducibile a sistema.
E tuttavia, questo universo non è armonico. È attraversato da una tensione costante tra ciò che vive e ciò che viene costruito.

Dalla particella al corpo: la costruzione della psiche

Le prime costellazioni di opere tracciano un percorso che va dall’infinitamente piccolo alla forma vivente. La particella quantica, resa visibile attraverso dispositivi tecnologici, introduce uno sguardo altro: non più umano, ma mediato, artificiale. È uno sguardo che osserva, registra, connette.
In questo scenario, l’occhio — spesso presente come dispositivo — assume un ruolo centrale: non è più solo organo umano, ma sguardo artificiale, macchina di osservazione che rende visibile l’invisibile. Ciò che nasce come particella diventa dato, immagine, informazione.
Questo “occhio” — al tempo stesso macchina e coscienza — apre una dimensione in cui tutto è relazione: le particelle si legano, i fenomeni si sovrappongono, i confini tra reale e artificiale si fanno porosi. Ma è anche uno sguardo che implica responsabilità: osservare significa entrare in relazione, e dunque partecipare alla costruzione del reale.
È qui che emerge una prima trasformazione decisiva: la vita comincia a essere pensata come codice, come flusso con la sua progressiva traduzione in sistema, in immagine, in dispositivo.
Le strutture luminose, gli involucri sintetici, gli archetipi biologici di embrioni, uova, corpi in formazione reinterpretati artificialmente, mettono in scena un passaggio: dalla materia organica alla sua simulazione, dalla nascita naturale alla generazione controllata. L’origine stessa — l’uovo, la cellula, il cuore — appare già mediata, trasformata, replicata.
È in questo passaggio che la distinzione tra anima e psiche si fa centrale.

Anima e psiche: attraversamento e struttura

Se pensiamo l’anima nella sua radice etimologica legata ad ánemos — il soffio, il vento — essa appare come ciò che attraversa, ciò che mette in movimento, ciò che non può essere fissato. È energia, respiro, vibrazione.
La psiche, invece, nella tradizione che da Platone conduce a Aristotele, è ciò che organizza: principio di interiorità, forma dell’identità, struttura della coscienza.
Nel lavoro di Marzia Ratti queste due dimensioni entrano in una relazione sempre più complessa. La psiche si sposta progressivamente verso l’esterno: diventa visibile, manipolabile, costruibile.
Essa non è più soltanto ciò che abita il corpo.
È ciò che può essere programmato.
Le opere che attraversano il tempo — dal passato carico di impegno e devozione, al presente dominato da tecnologia, consumo e solitudine, fino a un futuro segnato da microchip e induzione del pensiero — delineano una traiettoria chiara: la coscienza rischia di essere assorbita da sistemi che la precedono e la determinano.
In questa prospettiva, l’essere umano appare sempre più vicino a un dispositivo: un organismo complesso, ma integrato in una rete di controllo, produzione e replicazione.

Tempo, controllo, perdita

Nel percorso dell’artista, il tema del tempo e della trasformazione introduce una dimensione più critica. Il corpo non è più soltanto generato: è esposto al decadimento, al consumo, alla ripetizione.
Le forme per eccellenza della ciclicità — l’uovo, la clessidra, l’involucro —si trasformano in dispositivi simbolici di contenimento suggerendo una vita intrappolata in sistemi che la regolano e la limitano. Il tempo scorre, il corpo decade, la nascita e la morte si sovrappongono in immagini che mettono in crisi ogni opposizione stabile.
La vita è racchiusa, osservata, sospesa. L’anima, evocata simbolicamente dalla presenza di elementi leggeri e soavi come piume e farfalle, appare come qualcosa che tenta di emergere ma resta intrappolata, trattenuta.
Parallelamente, la società contemporanea entra con forza: tecnologia, velocità, consumo, isolamento. La psiche si espande verso l’esterno, si distribuisce nei dispositivi, nei flussi digitali, nei codici.
L’identità diventa programmabile. Il pensiero inducibile. Il corpo replicabile.
Le figure dei cloni, degli organismi artificiali, delle maternità surrogate, delineano un mondo in cui la vita è sempre più controllata, prodotta, gestita.

I bambini rubati

Anche l’infanzia — tradizionalmente luogo dell’origine e della possibilità — appare esposta, vulnerabile, rubata e negata nella sua essenza.
Bambini mercificati, bambini armati e disarmati, vittime dei conflitti, portatori di una condizione estrema che ne altera l’essenza e la crescita; l’artista riesce a comunicarci questi orrori trasportandoli in una dimensione ai confini tra l’onirico e il quantistico.
I bambini rubati trasportati dagli elefanti ne sono un esempio emblematico. L’elefante diventa una sorta di pupazzo transizionale, trasportando l’anima dei bambini verso un mondo incantato di fate, una fuga dall’umanità violenta e dal peso della Terra, verso un ritorno alle origini perdute.

La frattura: coscienza e resistenza

È a questo punto che il percorso compie uno scarto decisivo.
Se la psiche, nel suo processo di esternalizzazione, rischia di coincidere con il sistema — con il controllo, con la programmazione, con la rete — nelle opere più recenti essa riemerge come coscienza. Non più soltanto struttura, ma presa di posizione.
Una coscienza che vede. Che riconosce. Che reagisce.
Le figure infantili che attraversano queste opere portano con sé questa ambivalenza: sono insieme fragili e potenti, esposte e resistenti.
Rappresentano una condizione limite — quella di un’umanità che nasce già dentro un sistema — ma anche la possibilità di uno scarto, di una fuga.

Il ritorno del soffio

Ed è qui che riappare, in forma inattesa, ciò che possiamo ancora chiamare anima.
Non come interiorità pura, né come principio astratto, ma come movimento di ribellione. Come impulso che, pur inscritto nella materia, non si lascia completamente contenere.
Le ali — che emergono nelle sculture più recenti — non introducono una dimensione decorativa o simbolica in senso tradizionale.
Sono segni di una tensione reale: indicano che il corpo non coincide con il suo limite, che qualcosa continua a spingere verso l’esterno.
La natura fa il suo corso, l’essere umano tenuto in cattività si ribella, l’anima inizia a volare.
Nella traiettoria percorsa che attraversa quasi due decenni di ricerca, questa antologica ci propone un punto di svolta rispetto a possibili e inevitabili finali distopici.
La psiche, che nelle opere si sposta dal dentro al fuori, riemerge come spazio di resistenza, luogo di coscienza critica che si sottrae ai sistemi di controllo e alle logiche di riduzione dell’umano.
In questo spazio di tensione — tra luce artificiale e corpo, tra costruzione e vita — l’anima non scompare.
Riemerge come gesto minimo ma irriducibile: un impulso, un battito, un soffio che insiste. Non fuori dalla materia, ma dentro di essa. Non come certezza, ma come possibilità.
Ogni opera di Marzia porta la sua firma invisibile: attenzione, sensibilità, provocazione. È lo sguardo di chi osserva il mondo, di chi ne smaschera le contrapposizioni, di chi vuole smuovere la coscienza collettiva riuscendo tuttavia a restituirci bellezza e poeticità.

L’arte diventa così esperienza condivisa, strumento per leggere la società con tutti i suoi contrasti e al tempo stesso specchio in cui riflettere la propria coscienza.

INFO

MARZIA RATTI
Psychè. Enduring Breath
OPENING 3 aprile 2026 dalle h. 17:30
4 aprile 2026 –19 aprile 2026
Biblioteca Comunale “Il Filandone”, Via Allegreni 37, Martinengo (BG), 24057
Ingresso gratuito.

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