Intervista – Sam Havadtoy: cerchi, pizzo e l’intimità della memoria

C’è una fase della vita in cui le urgenze cambiano ritmo. In cui ciò che si è fuggito per anni—solitudine, fragilità, memoria—smette di fare paura e diventa paesaggio interiore. È da qui che nasce il nuovo ciclo di opere di Sam Havadtoy.

Non come risposta a un progetto, ma come risposta a se stesso. Un tempo sospeso tra il corpo fragile e la mente inquieta, tra il letto e lo studio, tra la necessità di scrivere e l’impossibilità di dipingere. Le storie che un tempo emergevano sulla tela per poi scomparire sotto strati di pizzo oggi chiedono di esistere anche da sole: diventano frasi—lunghe come titoli o brevi come sospiri—che affiorano nel campo pittorico.

Queste parole non spiegano, sono tracce».

Appena visibili, immerse nel colore, lasciano che sia il quadro a parlare per primo. Lo spettatore non entra attraverso un messaggio, ma attraverso un clima: un silenzio carico di vibrazioni, come l’attimo prima che inizi la musica.

Cerchi come cosmologie intime

In questa nuova serie i cerchi tornano come un mantra visivo. Non sono semplici forme: sono universi chiusi, mondi autosufficienti, nuclei di energia e memoria che si collocano in una lunga genealogia dell’arte occidentale. Dall’antichità a Leonardo, la forma circolare ha incarnato perfezione, eternità, ordine cosmico; la sfera, suo sviluppo tridimensionale, è stata immaginata come forma del divino e del cosmo.

Questa tradizione riaffiora, trasfigurata, nei lavori di Havadtoy. Si avverte un’eco dell’Orfismo, di quella stagione primonovecentesca in cui artisti come Robert e Sonia Delaunay o František Kupka cercavano nel cerchio e nel colore il ritmo profondo dell’universo. Ma se per gli orfisti il cerchio tendeva a farsi sistema, struttura, armonia universale, in Havadtoy resta irriducibilmente umano.

Esitano, deviano, disobbediscono», sorride l’artista.

Nei suoi quadri i cerchi rifiutano la perfezione assoluta: diventano rifugi, zone di resistenza, spazi esistenziali più che geometrie ideali. Le sfere—più suggerite che dichiarate—si fanno piccoli mondi alla deriva, microcosmi emotivi che galleggiano sulla superficie della tela come pianeti solitari, trattenuti da una forza invisibile che impedisce loro di uscire del tutto dallo spazio pittorico.

La tensione tra chiusura e movimento, stabilità e perdita di controllo, è il cuore della sua ricerca attuale. I cerchi sembrano seguire leggi proprie, guidati meno da una geometria rigida che da una logica affettiva. È una cosmologia intima: ogni forma autonoma e, al tempo stesso, in relazione con le altre.

È come in una grande famiglia. C’è sempre qualcuno che non obbedisce».

La geometria umanizzata della proporzione

Sotto questa apparente libertà si percepisce una sottile ricerca di equilibrio—un richiamo alla divina proporzione. Non come applicazione letterale della sezione aurea, ma come principio interiorizzato, quasi respirato. La proporzione non è una griglia imposta all’immagine, ma una misura sentita che governa distanze, ritmi, silenzi.

Per me la proporzione è ascolto, non controllo»

La sua geometria è emotiva: il cerchio come rifugio, la sfera come destino, la proporzione come modo di abitare il mondo senza esserne travolti.

Il pizzo come memoria e riparazione

Il pizzo, materiale iconico nel lavoro di Havadtoy, assume in questo ciclo un significato rinnovato. Domestico e infantile, rifiutato nell’adolescenza e rimpianto nell’età adulta, diventa gesto sovversivo, spirituale e politico. Fragile, intimo, femminile, socialmente invisibile, viene riportato al centro dell’opera.

C’è qualcosa di sacrale in questo gesto», riflette. «È una forma di riparazione».

Sotto il pizzo restano le storie, come segreti dell’infanzia. Sopra, i cerchi galleggiano—come se la memoria, invece di trascinare verso il basso, potesse finalmente sollevare.

Pittura, scrittura, silenzio

Le superfici di Havadtoy sono stratificate: pittura e serigrafia, scrittura e immagine, materia e vuoto convivono senza gerarchie. Nulla è pienamente astratto, nulla davvero figurativo. Ogni opera funziona come una stanza, con una propria temperatura, un proprio ritmo, una propria gravità. Entrarvi richiede tempo, disponibilità, silenzio.

«Queste opere cercano chi non ha paura del silenzio»

Resistono alla compulsione di documentare, spiegare, possedere. Cercano una temporalità lenta, in cui l’arte torni a essere esperienza.

Le parole—WHY, Amare è soffrire, Forgotten Love—non sono slogan, ma frammenti di diario interiore. Come in un haiku, poche parole aprono un paesaggio emotivo. La pittura custodisce; la scrittura vibra.

Un luogo da abitare

Nell’oscillazione tra forma e sentimento, ordine e deviazione, memoria e presenza, si dispiega la ricerca recente di Havadtoy. Radicata nella migrazione, nel dolore e nella luce riconquistata, questa nuova serie non chiede nulla. Non provoca, non performa. Eppure, chi sa guardare potrà sentirla come silenziosamente curativa.

Dove prima c’era urgenza, ora c’è ascolto.
Dove prima c’era ferita, ora c’è spazio.
Dove prima c’era il desiderio di essere amati, ora c’è la libertà di stare da soli.

Oggi i cerchi di Havadtoy sono luoghi da abitare—per un attimo.
Luoghi in cui la memoria illumina invece di pesare.
In cui la fragilità diventa forza.
In cui anche l’assenza trova una forma.

E la forma, finalmente, diventa casa.

Le opere

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