Nella pittura di Renaud Muraire l’immagine non è mai innocente, né tantomeno neutra. È tensione, un campo in cui il sacro si traveste da editoriale e la moda assume la gravità di un’icona votiva.

Le sue figure, sospese tra devozione e costruzione mediatica, sembrano emergere da una genealogia visiva che attraversa Caravaggio per approdare alle estetiche patinate della fotografia contemporanea.
Il gesto, calibrato e quasi liturgico, traduce codici antichi in una grammatica attuale, mentre il colore oscilla tra risonanza simbolica e seduzione pop. Ne deriva una pittura che rallenta lo sguardo, sottraendolo alla frenesia dell’immagine digitale per restituirgli peso, attrito, durata.
In questa conversazione, Muraire riflette sulla costruzione dell’icona oggi, sul rapporto tra fotografia e pittura, e su quella sottile linea di frizione in cui l’immagine smette di rappresentare per iniziare a interrogare.
Mi interessa il momento in cui una figura umana diventa immagine. In quell’istante l’individuo scompare e comincia a emergere qualcosa di simbolico
L’INTERVISTA
Le tue opere sembrano muoversi tra pittura religiosa e fotografia di moda. È un cortocircuito deliberato? Quanto pesa l’immaginario editoriale o pubblicitario nella costruzione delle tue figure?
La pittura religiosa ha prodotto, per secoli, le immagini più potenti della cultura occidentale. Santi, martiri e figure bibliche erano le icone visive del loro tempo.
Oggi quel ruolo è stato in gran parte assorbito dalla moda e dalla pubblicità. Sono immagini che plasmano desiderio, identità e credenze, esattamente come facevano un tempo le immagini religiose.
I miei dipinti mettono in relazione questi due sistemi visivi. L’immagine sacra e quella fashion rispondono alla stessa logica: costruiscono icone.
Nei tuoi dipinti il gesto è centrale: mani, posture, inclinazioni del corpo che ricordano dipinti rinascimentali o barocchi. Studi queste immagini storiche in modo filologico oppure il riferimento emerge più intuitivamente?
Guardo costantemente alla pittura rinascimentale e barocca, ma non in modo accademico.
Ciò che mi interessa è il linguaggio del gesto: le mani, le inclinazioni del corpo, la direzione dello sguardo.
Questi codici sono stati inventati per rendere visibile l’invisibile. Li riutilizzo oggi perché conservano ancora una straordinaria potenza espressiva.
Le tue composizioni hanno spesso una costruzione molto fotografica. Parti da scatti e staging oppure la scena nasce direttamente nel processo pittorico?
La fotografia ha un ruolo importante nella costruzione delle mie immagini. Spesso parto da fotografie messe in scena o da composizioni digitali.
Ma la pittura cambia tutto. Quando l’immagine passa sulla tela rallenta. Diventa più densa, più fisica.
La pittura reintroduce tempo e dubbio in un’immagine che nasce dalla velocità fotografica.
Il colore nei tuoi lavori ha una qualità quasi liturgica ma allo stesso tempo molto pop. Come costruisci questa palette così intensa?
Il colore nel mio lavoro ha due origini.
Da una parte c’è la memoria della pittura liturgica, con il suo uso simbolico e quasi sacro del colore. Dall’altra c’è la cultura visiva contemporanea: cinema, moda, pubblicità.
La palette nasce dalla tensione tra questi due mondi.
Chi sono i protagonisti dei tuoi dipinti e cosa vogliono comunicare?
Sono figure ambigue. Possono essere santi, modelli, sconosciuti o icone contemporanee.
Mi interessa il momento in cui una figura umana diventa immagine. In quell’istante l’individuo scompare e comincia a emergere qualcosa di simbolico.
Che cosa significa per te estetica?
L’estetica è un modo di produrre attenzione.
La bellezza attira lo sguardo, ma una volta catturato lo spettatore l’immagine può iniziare a porre domande più profonde.
Questa tensione tra attrazione e interrogazione è essenziale nel mio lavoro.
Se dovessi scegliere tre parole chiave per definire la tua arte?
Sacro, Contemporaneo e Tensione
Se le tue opere avessero una colonna sonora, quale brano sceglieresti?
Sono molto attratto dalle reinterpretazioni contemporanee della musica classica, come i remix del Notturno op. 9 n. 2 di Chopin.
Creano un dialogo tra tradizione e presente. In fondo è ciò che cerco di fare anche nei miei dipinti.
Hai avuto dei mentori? Quali sono i tuoi riferimenti artistici?
Guardo spesso a Caravaggio per l’intensità fisica delle figure e l’uso drammatico della luce.
Ma osservo anche la fotografia di moda contemporanea, che ha sviluppato un linguaggio visivo molto potente nella costruzione della figura umana.
C’è un’ambizione artistica che non hai ancora realizzato?
Mi interessa vedere le immagini contemporanee tornare in spazi storicamente legati all’arte sacra, come chiese, cattedrali, luoghi di contemplazione.
Mi incuriosisce capire come il linguaggio visivo moderno si comporti all’interno di questi ambienti.
Se venissi nel tuo studio, cosa troverei?
Il mio studio è molto essenziale. Quando dipingo, quasi tutto scompare.
Nessuna distrazione, nessuna decorazione: solo la tela, la pittura e il tempo necessario per confrontarsi con l’immagine.
La pittura è un’attività profondamente solitaria. In un certo senso, lo studio diventa il luogo in cui mi misuro con l’immagine e con me stesso.
Ti senti più vicino alla razionalità o alle emozioni?
Entrambe. La costruzione dell’immagine è molto razionale. Ma la ragione per cui dipingo è emotiva.
Cosa pensi dell’intelligenza artificiale applicata all’arte? La padronanza tecnica può superare la creatività?
L’intelligenza artificiale può produrre immagini, ma non ha un corpo né una storia.
La pittura è diversa: è un atto fisico, un confronto tra una persona e un’immagine.
In quel processo emerge qualcosa di profondamente umano: chiamalo emozione, presenza, o persino anima.
Quando è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa per la prima volta?
Recentemente ho iniziato a esplorare nuovi modi di mettere in scena le mie figure usando strumenti digitali prima di dipingere.
Questo ha cambiato il modo in cui costruisco le composizioni.
Hai mai esposto in Italia? Ti piacerebbe farlo?
Non ancora, ma mi piacerebbe molto.
L’Italia è, ovviamente, una delle grandi patrie storiche della pittura.
L’ARTISTA

Renaud Muraire esplora l’iconografia religiosa attraverso un linguaggio visivo contemporaneo.
I suoi dipinti rielaborano gesti biblici e figure sacre utilizzando i codici del presente: giovinezza, colore, moda, intimità, generando una tensione tra immaginario storico e sensibilità contemporanea.
Attraverso sottili slittamenti di postura, gesto e rappresentazione, il suo lavoro indaga la persistenza dei simboli sacri nella cultura visiva attuale.
Più che illustrare una fede, le sue opere osservano come spiritualità, bellezza e ricerca di senso continuino a plasmare le immagini che produciamo oggi.
Nato a Nizza, vive e lavora a Parigi.













