Gregorio Botta con Farida Zaletilo. Foto di Santa Suhanova

Intervista – Gregorio Botta al Rothko Museum: “Painting Brings You Home”, la mostra a Daugavpils tra materia, tempo e memoria

La mostra “Painting Brings You Home” di Gregorio Botta presso il Rothko Museum di Daugavpils in Lettonia, si inscrive come un gesto di avvicinamento a una sorgente, quella di Mark Rothko, figura tutelare e presenza silenziosa.

Nel dialogo con la curatrice Farida Zaletilo emerge un pensiero che rifugge ogni dichiarazione programmatica per muoversi in una zona più porosa, dove materia e tempo si compenetrano. Botta costruisce opere che sembrano trattenere il respiro, superfici attraversate da cera, acqua, luce, in cui la fragilità non è accidente ma struttura. La pittura, allora, non è rappresentazione ma condizione: un dispositivo contemplativo che interroga il visibile senza mai esaurirlo.

Esporre nella città natale di Rothko non è semplice coincidenza espositiva. È piuttosto un cortocircuito simbolico che riattiva una linea di discendenza, riportando la pratica di Botta a un’origine che è insieme storica e intima. In questo scarto tra spazio reale e spazio mentale si gioca l’intera tensione del suo lavoro: un’arte che sottrae, alleggerisce, lascia emergere il tempo come materia primaria e inafferrabile.

Gregorio Botta. La pittura porta a casa. Foto di Santa Suhanova (1)

LA CONVERSAZIONE

Nulla accade per caso, si sa, e considero una coincidenza significativa il fatto che la sua personale al Rothko Museum di Daugavpils si svolga in concomitanza con la retrospettiva di Mark Rothko a Firenze. Quanto è importante per lei, come artista, questa sede?

Il mio amore per Rothko è profondissimo; gli ho persino dedicato due libri. Esporre nella sua città natale è dunque per me estremamente importante. C’è qualcosa di simbolico in tutto questo: è come chiudere un cerchio della mia vita. Per questo ho voluto intitolare la mostra “Painting Brings You Home”. È una citazione di John Berger, ma è una frase che sento capace di trasmettere quanto sia intimo e profondo il rapporto con la pittura. Esporre nel luogo in cui Rothko è nato è come un ritorno a casa. Certamente nel senso di una dimora interiore.

In che modo lo spazio espositivo influenza il suo modo di concepire un’installazione?

Nel mio lavoro lo spazio è fondamentale. Di fatto, i progetti partono sempre dal luogo in cui verranno esposti; sono spesso opere site-specific. Nel Rothko Museum questo è stato un po’ più complesso a causa dei pannelli mobili che rendono l’ambiente un po’ troppo “ordinato”, se così si può dire. Preferisco i luoghi più vissuti, più ruderati, più intrisi di tempo. Tuttavia, lo spazio e la luce sono comunque molto belli, quindi ho cercato di adattare le mie opere a questo luogo.
Considera il suo lavoro più poetico, filosofico o scientifico – o una combinazione di questi elementi?
Nel mondo dell’arte contemporanea dire “poetico” è quasi un insulto. Eppure sì, spero che il mio lavoro sia poetico, a tratti filosofico e sempre contemplativo.

Guardando indietro, come si è evoluto il suo linguaggio artistico nel corso degli anni?

Questa è una domanda difficile. Penso che, col tempo, il mio lavoro sia diventato sempre più leggero, silenzioso, semplice, fatto di pochissime cose. Anch’io, come Rothko, amo un vecchio detto: less is more.

Inizia da un concetto o sono i materiali stessi a guidare la forma finale?

Le opere prendono vita in molti modi, mai allo stesso modo. A volte è un’idea folgorante a colpirti e a inseguirti, ma naturalmente, nel realizzarla, si rivela diversa da come l’avevi immaginata. Altre volte nascono da un errore, e ti accorgi che quell’errore è fecondo; altre ancora, scaturiscono da opere precedenti. Dico spesso che l’artista è come un minatore cieco che scende in miniera senza sapere cosa troverà: se lo sapesse in anticipo, non troverebbe nulla di importante. Quando si entra in studio, bisogna essere pronti a lasciarsi sorprendere da ciò che si incontra.

Le sue opere contengono spesso elementi fragili come cera, acqua e fuoco. Quali sfide comporta lavorare con materiali così delicati ed effimeri?

La fragilità fa parte della nostra esperienza del mondo. Certo, a volte le cose si rompono, ma questa è la vita, no?

Molti dei suoi lavori implicano una trasformazione: fusione, evaporazione, il passaggio o il riflesso della luce attraverso le superfici. Quanto è importante l’idea di mutamento nel suo lavoro?

Il tempo è una componente essenziale della vita. In un certo senso, la nostra vita è fatta di tempo. Come diceva Sant’Agostino, sappiamo cos’è il tempo, ma non sappiamo come descriverlo. Ho iniziato a lavorare con il fuoco e poi con l’acqua proprio per iniettare un elemento temporale nelle mie opere, per trasmettere il flusso della vita al loro interno. Il tempo trasforma, e trasforma anche i materiali fragili che uso; trovo che questo sia fondamentale. Le mie opere invecchiano con il tempo, proprio come facciamo tutti noi.

Tra i materiali utilizza spesso la carta di riso. La sua sfumatura bianco-giallastra evoca il papiro o le tele rituali dei copti egiziani; funge da velario, racchiudendo un’immagine spettrale. Qual è l’idea sottesa?

Non ho mai pensato al papiro egiziano utilizzando i miei materiali. Uso la carta velina e la carta di riso perché sono leggere e trasparenti, specialmente se mescolate alla cera. Mi affascina la qualità diafana di questa carta e il fatto che, simultaneamente, abbia un corpo: è come una pelle. Mi interessa il fatto che l’opera sia composta da molti strati di carta, a volte colorati diversamente; sono quelle che chiamo “velature solide”.

Quali artisti, scrittori o filosofi hanno influenzato maggiormente il suo lavoro?

Beato Angelico (intendo quello di San Marco), Mark Rothko, Paul Klee e Morandi sono i riferimenti principali. Ma, sa, guardo arte in continuazione, e c’è sempre qualcosa che sedimenta dentro di me.

Quali temi o materiali sta esplorando attualmente?

Sempre gli stessi materiali: cera, carta, pigmenti, alabastro, foglie, oro, sangue (il mio) ed elementi naturali. E sempre lo stesso tema: il mistero dell’esperienza umana.

Dove vede posizionato il suo lavoro all’interno della scena contemporanea?

Davvero non lo so. Penso di occupare un posto particolare. Realizzo dipinti che sono sculture e sculture che sono dipinti; realizzo installazioni. Mi sono formato nella grande astrazione del Novecento, ma anche nel solco dell’Arte Povera. Alcuni trovano persino semi di Arte Concettuale nel mio lavoro. In realtà, come tutti gli artisti, vengo dalla storia dell’arte, e chissà dove mi porterà.

EXHIBITION VIEW

LA MOSTRA

La mostra “Painting Brings You Home” di Gregorio Botta è visitabile presso il Rothko Museum di Daugavpils, Lettonia, fino al 24 maggio 2026. Curata da Bruno Corà (storico dell’arte e Presidente della Fondazione Burri) e Farida Zaletilo, l’esposizione è organizzata dal Rothko Museum e Il Cigno Arte, con il supporto dell’Ambasciata d’Italia in Lettonia.

Intervista tradotta da ValentinaKi

HESTETIKA ART Next Generation

Iscriviti
alla newsletter di Hestetika
[mc4wp_form id="21360"]