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Alessandro Puccia a MIA Photo Fair 2026: One Drop, l’acqua tra immagine, scienza e responsabilità

Alessandro Puccia presenta al MIA Photo Fair BNP Paribas 2026, il progetto One Drop.

La ricerca visiva di Puccia, curata da Clelia Patella, si innesta come nuova deriva di Where water flow, equality grows, articolando una riflessione che evita ogni estetica didascalica per muoversi in una zona più ambigua, dove scienza e visione si sfiorano senza mai coincidere.

L’occasione non è neutra. La coincidenza con la World Water Day 2026, promossa da UN-Water, introduce una tensione politica precisa: l’acqua come diritto negato, come frattura globale, come materia attraversata da disuguaglianze. Ma Puccia non lavora per slogan. Il suo gesto è più sottile, quasi clinico.

Le acque raccolte in Colombia, Brasile, Cile, Ecuador e Perù vengono congelate, osservate al microscopio, tradotte in immagini fotografiche. Non si tratta di documentazione, piuttosto di un atto di traduzione visiva: ciò che è invisibile diventa struttura, pattern, superficie percettiva. L’acqua perde la sua trasparenza e si fa opaca, stratificata, quasi minerale. È in questo scarto che l’opera trova una propria densità.

Lo spazio espositivo introduce un secondo livello di attivazione. Il LED wall, interfacciato tramite QR code, trasforma il visitatore in agente temporaneo dell’opera. Attivare una goccia significa appropriarsi di una storia, ma anche riconoscere la propria posizione dentro una rete di relazioni che eccede l’esperienza estetica. L’immagine salvata non è souvenir, ma traccia, residuo di una responsabilità.

Il tema della metamorfosi, asse portante della quindicesima edizione della fiera, trova qui una declinazione quasi inevitabile. L’acqua attraversa stati, si contrae, si espande, si fissa. Liquido, ghiaccio, immagine. Ma la trasformazione più significativa resta quella percettiva: la fotografia smette di essere superficie di rappresentazione e diventa soglia, dispositivo di passaggio tra materia e coscienza.

C’è un punto, però, in cui il lavoro di Puccia rischia la retorica del simbolo universale. L’acqua come metafora del corpo, della memoria, della vita. Un terreno già battuto, che l’artista tenta di riattivare attraverso un approccio scientifico e una componente partecipativa. Quando funziona, il progetto apre una frattura reale tra visibile e invisibile. Quando insiste, sfiora una spiritualità un po’ prevedibile.

Resta centrale il processo di raccolta: campioni provenienti da donne e studentesse latinoamericane, legate all’Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice. Qui l’opera si espande oltre il perimetro della fiera, diventando piattaforma educativa, con un tour nelle scuole lombarde. Non è un semplice outreach, ma un tentativo di redistribuire il gesto artistico, sottraendolo all’autore per consegnarlo a una dimensione collettiva.

Il talk del 22 marzo, con la presenza di figure come Michele De Lucchi e ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche, rafforza questa ambizione interdisciplinare. Arte, scienza, neuroscienze. Un triangolo spesso dichiarato, raramente abitato con rigore. Qui resta da capire se il dialogo produrrà attrito o semplice convergenza.

Puccia costruisce un lavoro che ambisce a essere ponte: tra estetica ed ecologia, tra esperienza e consapevolezza. La riuscita non sta nella chiarezza del messaggio, ma nella capacità di mantenere aperta una domanda. Che cosa vediamo davvero quando guardiamo l’acqua? E, soprattutto, che cosa scegliamo di non vedere.

INFO

Alessandro Puccia
ONE DROP
A cura di Clelia Patella
19 – 22 marzo 2026
Superstudio Più, Milano

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