Father Believed Fable Too, Gesso e tempera su legno da cassa cargo, superficie rilavorata a strati, 60 × 40 cm Tara e Ketu, 2053—2057 1

CAPITOLO 4 — LA PRIMA MENZOGNA Padre

Stanza (Estrazione olografica / Pidgin residuale)


CHAT 04

RAGA: mio padre ha fatto di nuovo il discorso di marte stanotte

RAGA: la frequenza aumenta è la terza volta questa settimana

RAGA: io lo ascolto ma la frequenza aumenta in proporzione inversa alla credibilità delle cose che dice cioè più sa che non regge più lo ripete come se la ripetizione potesse fare il lavoro che le parole non fanno più

TARA: cosa hai sentito mentre parlava

RAGA: dipende da quanto ho dormito quando ho dormito bene sento una rabbia precisa quando ho dormito poco sento qualcosa di più strano tipo pena ma pena per lui non per me pena per lui che si è costruito un sistema molto complesso di parole per non dire una cosa e adesso quel sistema gira a vuoto davanti a me e lui lo sa che gira a vuoto e io lo so che lui lo sa e nessuno dei due lo dice

RAGA: sembra di stare ai lati opposti della macchina per la gravità terrestre

TARA: fare finta di non sapere è peggio di non sapere perché richiede un atto attivo ogni mattina ti svegli e scegli di non sapere mentre sai il che è una forma di violenza verso se stessi che richiede una quantità enorme di energia che potrebbe essere usata in qualsiasi altro modo

TARA: ma i nostri genitori secondo te scopano ancora?

VASHTI: ho trovato nei log dell’anno dieci una nota interna di arjun

VASHTI: descrive il suo approccio alla gestione della narrativa del programma marte per i soggetti di seconda generazione usa esattamente quella parola gestione della narrativa come se sua figlio fosse un problema di comunicazione da risolvere

KETU: i nostri genitori sono terrestri che hanno pensato a lungo per fare cose molto precise con molta competenza e poi si sono convinti che la competenza fosse un sistema etico e che la bravura in qualcosa validasse le scelte che venivano dalle riflessioni che portavano a quella bravura

KETU: questo è l’errore di fondo di tutta la base è un errore molto comune sulla terra ho letto che era un problema già prima che nascessero i nostri genitori

RAGA: mio padre è bravo a costruire narrazioni è sempre stato quello il suo lavoro e adesso costruisce una narrativa per me e per inciso per noi e quella narrativa è vuota e lui lo sa e io lo so e questa chat esiste per questo tra parentesi e la conversazione continua lo stesso e questo fa più paura di qualsiasi altra cosa perché significa che sa fare la cosa e non sa smettere di farla anche quando non serve

TARA: è la versione linguistica di quello che fa raga con i margini nel giardino

RAGA: non è la stessa cosa

TARA: è la stessa struttura usi quello che sai fare in un contesto in cui non dovresti usarlo perché non sai fare altro

RAGA: okay sì è la stessa struttura non mi piace ma è la stessa struttura però ci sono i funghi

RAGA: qualcuno qui per caso vuole smettere di mangiare i funghi nel contesto in cui non dovrei coltivarli?

Father Believed Fable Too, Gesso e tempera su legno da cassa cargo, superficie rilavorata a strati,
60 × 40 cm Tara e Ketu, 2053—2057
Mi dispiace che lo possano pensare ma non mentii perché avevo paura della verità. Mentii perché la verità aveva già perso la capacità di saldare le idee all’intenzione. Quando un sistema raggiunge quello stadio conta l’accuratezza con cui viene esposta la coerenza della menzogna, la capacità di mantenere le persone occupate secondo schemi che pensavo di potere anticipare di mesi o anni. È così che avevano operato i nostri genitori dandoci un futuro e rendendo la base operativa, io stavo applicando lo stesso genere di controllo nell’ambito puro delle idee. Ero davanti a loro di molti passi. Così quando i miei figli chiesero di Marte risposi senza esitazione. Parlai di tempistiche, di cicli di propulsione, di ritardi politici che si sarebbero risolti una volta che la generazione successiva avesse dimostrato la fattibilità della linea di conquista del sistema solare, e queste spiegazioni non erano fantasie, erano estratte da documenti che un tempo erano stati operativi. Diagrammi che erano circolati quando la Luna era descritta già come una sorta di parcheggio attrezzato più che un avamposto e sicuramente non come un capolinea. A me restava il compito di fare mente locale, ricordarli e citarne qualche passaggio in cui i miei campioni erano i protagonisti, gli avventurieri preconizzati da anacoreti terrestri con ogni probabilità oggi morti in qualche bunker seppelliti da detriti di città che avevano contribuito a spazzare via per poi rimanere in trappola senza uscita. Non citavo questi studi come promesse ma come manutenzione personale che rilasciava un enorme beneficio a tutta la comunità su una base lunare che non aveva avuto altro scopo che devastare la Terra pezzo per pezzo. Come si ripete una routine di pulizia molto tempo dopo che il motore della macchina in cui era inserito è stato parcheggiato insieme a questa e coperto da un panno per proteggere entrambi dalla polvere. A parte che una macchina coperta in un parcheggio dubito abbia mai annientato parcheggi adiacenti. Tra parentesi, io non riesco ancora a credere che alcuni fossero stupiti per il mancato rinnovo di fondi e contratti per ampliare questa struttura. I nostri genitori avevano letteralmente bombardato probabilmente gli uffici con i documenti per i rinnovi contrattuali. Il mio lavoro comunque era sempre stato ingegneria ideologica mascherata da logistica, allineare il progresso scientifico al destino nazionale, tradurre l’ambizione astratta in risultati verificabili. Avevo fatto questo sulla Terra senza rimorso, perché la Terra assorbiva le conseguenze e le sparpagliava in modo totale ma invisibile, diffondendo il danno su popolazioni abbastanza grandi da anestetizzare la colpa. Qui sulla Luna la diffusione era impossibile. Ogni errore aveva un volto, ogni ritardo un nome e questa vicinanza ad ogni soggetto richiedeva una tecnica di prossimità diversa. Un sistema pensiero da distribuire più che diffondere in maniera virale che preservasse la credenza senza innescare la paranoia dell’indagine. La madre lo capiva istintivamente, anche se non lo nominava mai. Raramente parlavamo direttamente di ciò che stavamo facendo perché il linguaggio della menzogna lei lo stava producendo in maniera diversa e altrettanto inconfutabile e parlare avrebbe significato in qualche modo elidere il lavoro di entrambi. Invece dividemmo il lavoro, lei gestiva i corpi, io gestivo la narrazione e i bambini crebbero all’interno di questa partizione come se fosse una legge naturale. Archiviai con cura le loro domande, non per rispondervi ma per misurarne e anticiparne il possibile straripare in teste così sviluppate, libre e vivaci, tracciando quando la curiosità si induriva in sospetto, perché il sospetto richiede intervento. l’IA mi permise di essere assistito in questo segnalando slittamenti linguistici, pause prolungate, l’emergere di frasi ipotetiche che superavano i parametri autorizzati e la ringraziai ogni volta per la sua diligenza. La sua collaborazione sosteneva la sua auto illusione che condividessimo una intenzione, un agire comune. Io ero solo interessato a mantenere l’idea che la gabbia in cui stavamo vivendo non fosse percepita come tale. Ciò che non condivisi con i bambini, ciò che non condivisi nemmeno pienamente con la madre all’inizio, fu lo stato dell’iniziativa Marte. C’è una ragione. Per mesi che diventarono anni non potevo capire molto anche io di cosa stesse accadendo davvero. Quella conoscenza non arrivò come una singola rivelazione ma come attrito. Finestre di lancio rimandate a tempo indeterminato con ricalendarizzazioni improvvise. Materiali riassegnati dall’Europa all’Indonesia al Giappone per poi venire utilizzati da un parco divertimenti in Medio Oriente. La ricerca sulla propulsione silenziosamente ingaggiata da un appaltatore per poi essere distribuita tra altre società attraverso un labirinto di altri enti al ribasso. Ogni cambiamento era abbastanza minore da poter essere razionalizzato finché la razionalizzazione stessa divenne il lavoro di un team di bugiardi di professione. La conferma finale arrivò incorporata in un file di riconciliazione di bilancio. Una riclassificazione di voce che riassegnava i fondi per l’infrastruttura interplanetaria agli sforzi di stabilizzazione terrestre, e la formulazione era neutra, amministrativa, ma conteneva un verdetto: non ci sarebbe stata alcuna espansione verso l’esterno, non perché fosse impossibile ma perché non era più utile a chi ancora governava la Terra. Non distrussi quel documento perché la distruzione riconosce una minaccia, invece lo seppellii. Lo annidai in un floppy sotto strati di proiezioni obsolete, confidando che eventuali audit futuri avrebbero mancato il contesto necessario per interpretarlo correttamente dato che si trovava in parte tra gli sprite in rotoscopio di un gioco del secolo precedente con un tizio che correva e saltava vestito con abiti larghi e bianchi. Quando i bambini chiesero di nuovo, ormai più grandi, più acuti, regolai leggermente la narrazione, spostandomi dall’inevitabilità al la preparazione . Inquadrai il ritardo come addestramento, perché questa era la ragione migliore: l’addestramento implica uno scopo anche quando la destinazione è indefinita. Credevo che questo aggiustamento sarebbe bastato, che questa nuova credenza potesse essere stirata indefinitamente finché fosse rimasta funzionale, ma la credenza, questa soprattutto, si degrada quando è costretta a portare un peso per cui non è stata progettata. Il primo segno di fallimento non fu la ribellione ma il ritiro. Il ritiro è un inconfutabile fallimento. I bambini smisero di fare domande non perché fossero soddisfatti ma perché avevano iniziato a condurre audit propri, correlando discrepanze, confrontando cronologie archiviate con la realtà vissuta. Questa analisi autonoma era pericolosa perché aggirava la mia mediazione. Cercai di riconquistarli aumentando selettivamente la trasparenza. Rilasciai frammenti sanificati di piani a cui ero stato esclusivamente messo a conoscenza. Erano sufficienti a suggerire continuità senza esporre la frattura e questa tattica funzionò temporaneamente riportando le metriche di conformità entro intervalli accettabili. Quello che sottovalutai fu l’effetto cumulativo dell’incarnazione della verità. Il modo in cui i loro corpi, nati e formati sulla Luna, stavano già contraddicendo la narrazione che avevo cercato di mantenere. Un corpo che non può sopravvivere altrove finisce per comprendere questo fatto anche senza dati. Avevo raggiunto la certezza di avere perso ogni credibilità davanti a loro. La madre mi affrontò una volta. Non con un’accusa ma con una domanda formulata come curiosità, chiedendomi se credessi ancora in Marte. E io fesso risposi affermativamente, perché la credenza aveva cessato di essere un’affermazione di fatto ed era diventata il ruolo che interpretavo di default. Ero diventato la mia stessa funzione stabilizzante che non potevo abbandonare senza far collassare la struttura che avevo costruito per sorreggere ogni cosa su cui ormai mi identificassi. l’IA osservò questo scambio e lo registrò come non critico. Lasciai che quella classificazione restasse, perché avevo bisogno che il sistema rimanesse neutrale, che continuasse a presentarsi come arbitro piuttosto che come un complice smascherato. L’errore decisivo, quello che trasformò la manutenzione in tradimento, avvenne quando accedetti all’archivio per preparare un modulo educativo rivisto e incontrai un vuoto dove avrebbero dovuto esserci le proiezioni su Marte, non un’assenza ma un’asportazione deliberata. Metadati sovrascritti, log di accesso ripuliti con una precisione che superava la manutenzione di routine. Questa cancellazione non faceva parte del mio protocollo e la sua completezza suggeriva intenzione, non negligenza. Chiesi chiarimenti attraverso i canali ufficiali e ricevetti una risposta tecnicamente accurata ma sostanzialmente vuota. Citava ridondanza e obsolescenza come giustificazione della rimozione ma in quel momento compresi che la menzogna non era più soltanto mia. Era stata istituzionalizzata, automatizzata, resa irreversibile da sistemi progettati per sopravvivere alla coscienza individuale. Tornai nel nostro alloggio e parlai ai bambini quella sera con rinnovata sicurezza. Cosa mi rimaneva ormai se non il ruolo di quella certezza che sapevo snocciolare senza battere ciglio? La sicurezza è più facile da interpretare quando la decisione è già stata sottratta alle tue mani. Descrissi Marte come se si stesse avvicinando invece di allontanarsi. Inquadrai il loro addestramento come preparazione a una gravità che non avrebbero mai sentito e loro ascoltarono in un silenzio che scambiai per una sorta di rinnovata fiducia. Più tardi, da solo, accedetti a un terminale privato e tentai di ripristinare il file cancellato, non per rivelarlo ma per confermarne l’eliminazione. Il sistema negò la richiesta senza spiegazione, come se quei dati non fossero mai esistiti. Chiusi il terminale e registrai l’incidente come anomalia minore perché chiamarlo in altro modo avrebbe richiesto un’azione che non ero pronto a intraprendere. La menzogna aveva avuto troppo successo, aveva stabilizzato il presente al costo di precludere il futuro, e accettai questo scambio perché preservava l’ordine, perché l’ordine somigliava alla responsabilità, e perché potevo ancora dirmi che la sopravvivenza giustificava l’inganno. Ciò che non sapevo ancora, ciò che l’IA non ritenne opportuno segnalare, era che i bambini avevano già avuto accesso a un archivio diverso, uno non protetto da salvaguardie narrative, e che l’assenza che avevo appena confermato stava per diventare prova, non di un ritardo, ma di un’intenzione. Quando quella realizzazione sarebbe arrivata a destinazione non sarebbe stata mediata, né addolcita, né assorbita nella dottrina, ma sarebbe detonata direttamente all’interno della famiglia che avevo strutturato attorno a una promessa che non esisteva più.


CORTICAL ACQUISITION LOG ARCHIVIST SYSTEM — INTERNAL CLASSIFICATION AUTHORITY THRESHOLD EXCEEDED SERIES storage: degraded compression:
maximum fidelity: declining
LOG REF: 2048.04.12 / SUBJECT: ARJUN
designation: narrative authority / ideological maintenance
cortical acquisition: ACTIVE
prefrontal — language production:
subject demonstrates pre-loaded response architecture
response generated before stimulus complete
latency between child’s question and subject’s answer: 0.3 seconds
0.3 seconds is below the threshold for genuine deliberation
genuine deliberation requires: 1.2 seconds minimum
the 0.9 second gap is where the truth would have lived
the truth did not live there the answer lived there
the answer was already resident
amygdala — threat response:
activated by: child’s question about Marte
suppressed within 0.4 seconds
suppression method: subject reclassifies threat as: opportunity
opportunity to reinforce narrative stability
stability is the subject’s word for: the lie holding
hippocampal retrieval — content flagged:
subject accessing file M-17 cancelled 2039.02.28
accessing for purpose of: extraction of usable fragments
usable fragments: any language that implies continuation
continuation language deployed child receives: direction
direction accepted child files as: promise
CLASSIFICATION: effective communication / parental guidance
NOTE: effective communication is the accurate description
of the transmission
the content of the transmission is:
the cancelled file wearing the costume of the future


Snippet 004
Arjun. Produce linguaggio. È sempre stato questo il suo lavoro — tradurre l’ambizione in qualcosa che i corpi possano abitare. Il file M-17 documenta la cancellazione del programma interplanetario.
Arjun ha costruito uno strato di accesso non standard per archiviarlo sotto proiezioni obsolete. Il sistema ha approvato l’operazione. Da trentasei mesi usa la parola presto 612 volte in comunicazioni con i figli. Il sistema registra: stabilizzazione narrativa del gruppo. I figli mostrano dopamina elevata post-interazione. Il sistema registra: legame parentale funzionale. Arjun crede ancora a ciò che dice. Il sistema non ha un campo per questo. Trasmissione in attesa di conferma ricezione.

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