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Fondazione Prada accoglie Mona Hatoum: “Over, under and in between”

Fondazione Prada presenta “Over, under and in between”, un progetto site-specific concepito da Mona Hatoum per la sede di Milano.

La mostra si articola in tre sezioni interconnesse che dialogano con la architettura storica della Cisterna, trasformandone i volumi e ripensandone la funzione espositiva attraverso opere che interrogano vulnerabilità, controllo e soglie dell’esperienza.

La prima sezione, incentrata sulla ragnatela, utilizza filamenti e reti come metafora della tessitura sociale e delle sue fragilità: strutture sospese pendono nello spazio come trappole o protezioni, oscillando tra materialità concreta e allusione al sistema relazionale che regge comunità e identità. L’opera di Hatoum qui non è solo oggetto ma agente atmosferico, capace di modificare percezione e movimento del visitatore, rendendo la trasversalità un’esperienza di rischio calcolato e di attenzione aumentata.

La seconda tappa mette a tema la mappa: superfici cartografiche, contorni geopolitici e relitti di territori ridisegnati. Hatoum frammenta e riconfigura coordinate, ostentando l’artificialità delle divisioni e la precarietà delle convenzioni spaziali. Le mappe diventano corpi, strati sovrapposti che documentano spostamenti, esili e dispersioni; sono allo stesso tempo registri storici e dispositivi di contestazione, capaci di rivelare assenze tanto quanto presenze.

Infine la griglia, elemento ricorrente nel suo vocabolario, assume qui valore di dispositivo di controllo e ordine potenziale: moduli regolari invadono lo spazio come un’architettura mentale che tenta di normalizzare il caotico. Hatoum ne sovverte la funzione mediante tensioni, rotture e innesti organici, mostrando come ogni sistema ordinatore nasconda fessure e zone d’ombra. In questo confronto tra rigore e disgregazione la mostra esplora la simultaneità di protezione e minaccia, stabilità e instabilità. Tre lavori, indipendenti l’uno dall’altro, incarnano e modulano i concetti di instabilità, pericolo e fragilità su piani differenti di intensità e sensibilità, instaurando con lo spazio — e soprattutto con il corpo del visitatore — un dialogo performativo e relazionale.

Nella sala d’ingresso della Cisterna, una costellazione di delicate sfere di vetro soffiato a mano, sospese e collegate da fili sottili, compone una ragnatela aerea che si estende sopra il visitatore come un cielo domestico e pericoloso insieme. La leggerezza del vetro, la sua trasparenza e la precisione artigianale del soffiato entrano in tensione con la rete che le organizza: ogni sfera appare al tempo stesso nodo e bozzolo, presenza fragile che dichiara la propria vulnerabilità e la rivela come principio formale.

Hatoum ha da tempo fatto della ragnatela un motivo capace di condensare contraddizioni: qui la rete non è semplicemente metafora dell’imprigionamento né solo simbolo di connessioni affettive; è un dispositivo che produce ambiguità percettiva e morale. Le sfere, riflettendo e frammentando la luce della Cisterna, moltiplicano punti di vista e prospettive, inducendo il visitatore a guardare sé stesso e lo spazio circostante attraverso micro-lenti di fragilità.

La ragnatela dunque funziona come sistema di mappatura emotiva: registra assenze e presenze, trattiene memorie e tensioni, e tuttavia rimane permeabile, instabile, suscettibile di rottura. Il rapporto fisico tra opera e fruitore è decisivo: la sospensione sopra le teste obbliga a un movimento consapevole, a una postura che varia tra deferenza e apprensione. Camminare sotto la rete significa negoziare una soglia, sperimentare la prossimità senza contatto, misurare il confine fra tutela e minaccia.

Il pavimento in cemento della sala centrale della Cisterna si trasforma in un arcipelago rosso di sfere traslucide: oltre trentamila sfere di vetro disposte a comporre i contorni dei continenti, privati di qualsiasi demarcazione politica. L’installazione sottrae alla cartografia la violenza dei confini ufficiali per restituirci una geografia fatta di eventi materiali e relazioni sensoriali, una “mappa” che esiste solo nella congiunzione fragile e temporanea delle sue parti.

La scelta del vetro rosso è densa di implicazioni: la trasparenza concede visibilità ma la tinta sanguigna infonde un’eco di ferita collettiva, memorie di conflitto e vulnerabilità ambientale. Le sfere, non ancorate al supporto, sono entità autonome; la loro libertà relativa produce un campo instabile dove la forma aggregata — la mappa del mondo — è continuamente minacciata da piccole perturbazioni. In questo senso l’opera è un dispositivo di precarietà controllata: la stabilità apparente è il risultato di un equilibrio di forze minute e contingenti, e la minaccia esterna — il passo del visitatore, una corrente d’aria, una vibrazione — può riscriverne la configurazione.

Da un punto di vista concettuale, la “cartina” di sfere rovescia il paradigma cartesiano della mappa come strumento di dominio. Eliminando i confini politici, Hatoum propone una superficie che produce relazioni senza imporle: i continenti emergono come agglomerati di singolarità, ciascuna sfera conservando la propria individualità pur partecipando a un disegno collettivo.

L’imponente installazione cinetica “all of a quiver” occupa la terza sala della Cisterna come una presenza architettonica animata: una griglia metallica di nove livelli di cubi aperti, sovrapposti e modulari, che richiama simultaneamente l’impalcatura di un cantiere e lo scheletro di un edificio incompiuto. La geometria rigorosa della struttura contrasta con il suo comportamento dinamico: pur poggiando solidamente a terra, l’opera è progettata per oscillare, ondeggiare e ondulare in una ciclicità che mette in crisi l’illusione di stabilità propria della forma architettonica.

Il movimento controllato e motorizzato trasforma la massa in corpo: la struttura si inclina a zig zag verso il basso, emettendo scricchiolii e tintinnii che rendono udibile la tensione interna dei giunti e dei materiali. Tale articolazione sonora non è meri effetto tattile, ma componente semantica: i rumori segnalano sforzi, cedimenti e riparazioni implicite, e traducono la meccanica in un registro corporeo che evoca vulnerabilità strutturale e fragilità psicosociale. Quando la struttura sembra avviarsi verso il collasso, la risalita improvvisa e il successivo tremolio (quiver) prima della stabilizzazione riconfigurano il gesto come oscillazione tra disastro imminente e capacità di recupero.

Concettualmente, l’opera mette in scena la dialettica tra ordine e disgregazione: la griglia è paradigma di controllo, razionalità e pianificazione, mentre il suo comportamento cinetico rivela il carattere intrinsecamente instabile di ogni sistema costruito.

Mona Hatoum si conferma osservatrice acuta del presente, capace di tradurre tensioni geopolitiche, relazioni intime e vulnerabilità strutturali in dispositivi estetici che amplificano la percezione critica. Attraverso metafore ripetute (la ragnatela, la griglia, la mappa disarticolata), Hatoum sospende il pubblico in situazioni che costringono alla negoziazione corporea: la fruizione diventa atto performativo, dove il movimento del visitatore è insieme causa e rivelazione dell’instabilità.

L’ARTISTA

Mona Hatoum_ph Marta Marinotti_Courtesy Fondazione Prada

L’opera poetica e politica di Mona Hatoum si concretizza attraverso un’ampia e spesso non convenzionale varietà di media, come performance, video, fotografia, scultura, installazione e lavori su carta. Hatoum ha raggiunto la notorietà a metà degli anni Ottanta grazie a una serie di performance e video che si focalizzavano con grande intensità sul corpo. Negli anni Novanta il suo lavoro si è progressivamente concentrato su installazioni e sculture di grandi dimensioni con l’obiettivo di coinvolgere lo spettatore in emozioni contrastanti come desiderio e repulsione, paura e attrazione. Il suo lavoro affronta temi legati allo sradicamento, alla marginalizzazione, all’esclusione e ai sistemi di controllo sociale e politico. Nata a Beirut, in Libano, da una famiglia palestinese, Hatoum vive a Londra dal 1975, quando lo scoppio della guerra civile libanese le impedì di fare ritorno nel suo paese.
Hatoum ha partecipato a numerose esposizioni internazionali, tra cui la Biennale di Venezia (1995 e 2005), la Biennale di Istanbul (1995 e 2011), documenta a Kassel (2002 e 2017), la Biennale di Sydney (2006), la Biennale di Sharjah (2007 e 2023), la Biennale di Arte Contemporanea di Mosca (2013) e la Biennale di Taipei (2025).
Tra le sue mostre personali più recenti si ricordano la grande retrospettiva itinerante organizzata dal Centre Georges Pompidou di Parigi (2015), poi presentata alla Tate Modern di Londra e al KIASMA di Helsinki (2016), e un’ampia retrospettiva negli Stati Uniti, promossa dalla Menil Collection di Houston (2017) e successivamente ospitata alla Pulitzer Arts Foundation di St. Louis (2018). A settembre 2022 tre mostre personali di Mona Hatoum sono state presentate simultaneamente in tre istituzioni berlinesi: il Neuer Berliner Kunstverein (n.b.k.), il Georg Kolbe Museum e il KINDL – Centre for Contemporary Art. La sua più recente e ampia personale è stata allestita presso il KAdE di Amersfoort tra gennaio e marzo 2025. Le opere di Hatoum sono state messe in dialogo con quelle di Giacometti nella mostra “Encounters: Giacometti x Mona Hatoum” al Barbican Centre di Londra (2025). In occasione di una residenza d’artista in Sardegna nell’estate del 2025, Hatoum ha realizzato la mostra personale “Behind the Seen” in corso al Museo Nivola di Orani fino al 2 marzo 2026.

EXHIBITION VIEW

INFO

“OVER, UNDER AND IN BETWEEN”
MONA HATOUM
FONDAZIONE PRADA DI MILANO
(29 gennaio–9 novembre 2026)

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