Artista, curatore e direttore del Rothko Museum di Daugavpils in Lettonia, Māris Čačka occupa una posizione singolare nel panorama artistico europeo: quella di chi continua a praticare la pittura come spazio di interrogazione, assumendo al tempo stesso la responsabilità di un’istituzione simbolicamente e storicamente densa.

In questa intervista Čačka riflette sul proprio percorso, sul rapporto tra pratica artistica e direzione museale, e su un’idea di museo intesa non come macchina espositiva, ma come luogo di processi lenti, dialogo e ricerca.
Ne emerge una visione sobria e coerente, lontana da retoriche spettacolari, in cui parole come tempo, responsabilità e ascolto diventano coordinate essenziali tanto per il lavoro in studio quanto per la costruzione di un’istituzione culturale capace di restare aperta, critica e viva
Il Museo Rothko non è soltanto un luogo espositivo, ma anche un ambiente vivo,
in cui l’arte può nascere, svilupparsi ed essere oggetto di confronto e discussione.
L’INTERVISTA
Cosa vuole esprimere con la sua visione di pittura? Ha avuto fasi di produzione diverse tra loro in cui era incentrato su uno o più temi particolari per poi cambiare, oppure è sempre rimasto sullo stesso tema?
La mia pittura da tempo si fonda sul dialogo – sia interiore sia esteriore. Non mi interessa la rappresentazione delle figure, ma piuttosto gli stati, le tensioni, i silenzi e le relazioni che si instaurano tra di essi. Il dipinto per me è uno spazio in cui avviene una conversazione: con me stesso, con l’esperienza, con la presenza dell’altro, con il tempo.
Naturalmente, nel corso degli anni si sono manifestate diverse forme espressive, sia nella materialità delle opere, sia nella loro intensità emotiva. Tuttavia non lo percepisco come un cambiamento tematico, bensì come una reiterazione della stessa domanda, posta con un’intensità e un linguaggio differenti. Dai lavori più precoci fino alle serie più recenti, ciò che mi interessa in modo costante è il rapporto tra il visibile e l’intuibile, tra la presenza e la scomparsa. Questa direzione non è cambiata, ma è diventata più stratificata, più densa, forse più silenziosa.
La sua pratica artistica ha influenzato e/o continua ad influenzare la sua modalità direttiva e curatoriale? Se sì, in che modo?
Sì, in modo molto diretto. Distinguo me stesso come artista da me stesso come direttore di un’istituzione, ma l’esperienza maturata in studio mi consente di comprendere in modo ematico i processi degli autori, i dubbi, i rischi e anche il bisogno di spazio – sia fisico sia intellettuale.
Come direttore e curatore evito in maniera molto consapevole un approccio formale e burocratico all’arte.
Ciò che mi interessa è il processo e il risultato artistico che può essere raggiunto. Questo influisce sia sulla costruzione delle mostre, sia sui programmi di residenza, sia sull’atmosfera complessiva dell’istituzione. Il Museo Rothko non è soltanto un luogo espositivo, ma anche un ambiente vivo, in cui l’arte può nascere, svilupparsi ed essere oggetto di confronto e discussione.
Come vede il suo percorso da artista a questo punto della sua carriera, considerando la sua posizione all’interno del mondo dell’arte?
In questo momento guardo al mio percorso con maggiore serenità e senso di responsabilità rispetto al passato. Non sento il bisogno di dovermi continuamente dimostrare o di posizionarmi attraverso gesti eclatanti. Mi interessano piuttosto la coerenza e l’autenticità del lavoro.
Allo stesso tempo sono consapevole del mio ruolo pubblico e del fatto che la mia pratica artistica si svolge in dialogo con l’attività istituzionale. Questo richiede disciplina e onestà verso me stesso. Continuo a percepirmi innanzitutto come un artista che, al tempo stesso, ha assunto la responsabilità di uno spazio culturale più ampio e di un lavoro collegiale nel più grande museo della regione Latgale.
Ha o ha avuto in passato dei mentori o dei riferimenti artistici, umani o spirituali che lo ispirano e che continuano ad ispirarla e guidarla dopo anni?
Nella mia vita ci sono state sia persone concrete, sia più silenziosi punti di riferimento indiretti. Si tratta di insegnanti, colleghi, artisti che ho incontrato o di cui ho studiato le opere a lungo. Naturalmente, l’esempio creativo di Gerhard Richter rappresenta uno dei riferimenti fondamentali per la mia produzione, ma non l’unico. L’ispirazione spesso nasce dalle conversazioni, dalle esperienze e anche dal silenzio.
Se dovesse scegliere tre parole per definire la sua carriera/percorso di vita, quali sarebbero?
Dialogo. Responsabilità. Tempo.
Il Centro Rothko nasce anche grazie al dialogo e alla collaborazione con la famiglia di Mark Rothko. Può raccontare in che modo i suoi eredi hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo del museo – dalle prime fasi di progettazione, alla definizione della missione culturale – e quale ruolo continuano a svolgere oggi nel preservare e reinterpretare l’eredità dell’artista?
Senza la fiducia della famiglia Rothko, il museo non sarebbe stato possibile realizzarlo nella forma attuale.
Fin dall’inizio la collaborazione si è basata non su dettagli giuridici, ma sul rispetto reciproco e sulla comprensione dell’importanza del patrimonio dell’artista.
La famiglia ha contribuito a definire i principi etici del museo: il rispetto per l’autore, l’evitare sensazionalismi e la volontà di creare un’istituzione riflessiva, non decorativa.
Anche oggi questo dialogo continua, attraverso le politiche di gestione della collezione, lo sviluppo di mostre e programmi educativi. Il patrimonio di Rothko non è statico: va reinterpretato di volta in volta da ogni generazione, e in questo processo la presenza della famiglia resta fondamentale.
Il Centro Rothko attraversa materiali, stili, generazioni in virtù di una narrazione aperta di ampio respiro nazionale ed internazionale. Ha un sogno, un progetto diverso rispetto a quelli già realizzati?
Sono sempre più interessato a progetti a lungo termine – non eventi episodici, ma processi che costruiscono la vision e il pensiero dell’istituzione nel corso di diversi anni. Questo può riguardare la ricerca, le collaborazioni internazionali, nuovi format.
Il sogno non riguarda una scalata in altezza, ma la profondità. La possibilità di creare un ambiente in cui l’arte non venga consumata in fretta, ma vissuta come esperienza.
Il Centro Rothko è un’istituzione culturale ed educativa diversificata e ricca di impulsi e stimoli creativi. Vengono organizzate mostre personali, collettive, esposizioni a concorso e simposi in svariati linguaggi artistici. Ogni due anni, artisti ceramisti sono invitati a partecipare alla Biennale Internazionale di Ceramica. Inoltre agli artisti viene data l’opportunità di lavorare negli studi del museo o di soggiornare nelle sue residenze. In questo frangente lo studio dell’artista applicato alla crescita e alla valorizzazione di nuovi artisti: quali prospettive e programmi ha in mente di realizzare per quanto concerne le residenze e i programmi del museo. Vorrebbe apportare novità nel futuro
rispetto a quanto viene già fatto?
Il programma di residenze è una delle priorità strategiche del museo. In futuro desidero rafforzare residenze di lungo periodo, in cui gli artisti abbiano il tempo non solo di creare, ma anche di riflettere, sperimentare e sbagliare.
Abbiamo in programma di sviluppare residenze tematiche legate alla ricerca, alla multidisciplinarietà e al dialogo con la comunità locale. Importante sarà anche la mobilità internazionale e la collaborazione con altre istituzioni. L’essenziale è che il museo continui ad essere una piattaforma in cui arte prende forma, catturando lo spirito del nostro tempo.
INFO

Nato nel 1976 a Varakļāni, Lettonia, Māris Čačka è artista, curatore e dal 2020 il Direttore del Rothko Museum a Daugavpils. Ha esposto in più di novanta mostre di cui quaranta personali in Lettonia e nel mondo.
https://www.instagram.com/mariscacka/
Il Centro d’Arte Mark Rothko di Daugavpils è l’unico luogo dell’Europa orientale dove è possibile conoscere approfonditamente le opere e i dipinti del celebre artista Mark Rothko, fondatore dell’Espressionismo Astratto. Il centro si trova nella fortezza di Daugavpils, all’interno dell’edificio storico dell’ex arsenale di artiglieria. Un luogo dove si possono ammirare non solo le esposizioni permanenti, ma anche mostre personali di artisti di fama internazionale e mostre di arte contemporanea di ampio respiro. Nel mondo dell’arte contemporanea e della cultura, il Direttore del Centro d’Arte Mark Rothko, Māris Čačka, è noto come una persona di grande capacità lavorativa, autore di un arte originale e partecipe attivo dei processi culturali oltre che la sua abilità con cui dirige uno dei centri d’arte più rinomati al mondo.
La collezione del Museo Rothko nasce come una storia di ritorni di memoria, alle origini, alla città che ha visto nascere un artista come Mark Rothko prima che diventasse una delle voci più radicali dell’arte del Novecento. Tutto comincia nel 2003, quando la famiglia dell’artista dona a Daugavpils quaranta riproduzioni mussali del suo lavoro. Un gesto simbolico, ma anche un seme di nascita: da quel momento il museo comincia a crescere, ampliarsi e ad attrarre nuovi sguardi.
Col passare degli anni la realtà del Centro delinea come uno dei patrimoni culturali più rilevanti della regione: oltre tremila opere in diversi linguaggi artistici, organizzate in otto raccolte che uniscono artisti lettoni ed internazionali. Un insieme eterogeneo che documenta lo spirito e le tendenze dell’arte contemporanea e che allo stesso tempo valorizza il lascito di grandi maestri. Un retaggio dinamico, che consente al Museo Rothko di sviluppare progetti espositivi su misura per spazi culturali in Lettonia e all’estero, confermandone il ruolo di riferimento nella scena artistica internazionale.
Articolo realizzato in collaborazione con The Baltic Vibe
WEB & SOCIAL
https://rothkomuseum.com/en/rothko-museum/
https://www.instagram.com/thebalticvibe




