Nel lavoro di Ester Cardella il disegno non è mai un esercizio formale né un semplice dispositivo narrativo: è piuttosto un campo di tensione, un luogo di frizione continua tra emozioni, rischio, desiderio, erotismo, autodisciplina, identità e smottamento.
Le sue figure abitano soglie instabili, corpi che non si offrono allo sguardo ma lo interrogano, lo respingono, lo costringono a rinegoziare il proprio ruolo. L’erotismo, filtrato attraverso un immaginario BDSM mai illustrativo né compiacente, diventa strumento concettuale, grammatica di liberazione più che repertorio iconografico: una pratica simbolica che scardina l’idea di controllo per trasformarla in possibilità di conoscenza.
Abbiamo incontrato Ester e con lei attraversato i nuclei più sensibili della sua ricerca: la gabbia come archetipo ambivalente, l’autoritratto come atto di esposizione e distacco, il piacere come esperienza cognitiva, la paura come materia viva da attraversare e non da eludere.
Ne emerge il ritratto di un’artista per cui la libertà non è uno slogan ma una pratica lenta, faticosa e radicale: un processo di continua destrutturazione in cui il disegno diventa spazio di verità temporanea, sempre pronta a essere rimessa in gioco.
Quello che vorrei dicessero le mie figure se potessero parlare allo spettatore è:
“Io mi amo, sono piena di me”
L’INTERVISTA
Nei tuoi lavori dichiari un desiderio di libertà radicale da schemi e limiti. Da cosa senti il bisogno di emanciparti, oggi, come artista e come donna?
Credo di aver vissuto per molto tempo dentro una gabbia e di aver avuto, da sempre, la chiave fra le mani. Questa gabbia era e rimane un elemento simbolico duale, rappresentava protezione e rifugio mentre il mondo esterno era pericoloso e giudicante. L’altro lato della gabbia poteva rappresentare invece repressione e paura mentre il fuori offriva passione e natura, fisicità e creazione, la vera vita. La chiave rappresentava la possibilità di scegliere: tutte le mie paure si potevano trasformare in opportunità, l’unica cosa che poteva farmi uscire dalla gabbia era l’amore per la scoperta di me stessa. Quella gabbia è stata mia dimora per davvero molto tempo impendendomi di esprimermi davvero, facendomi soffrire in diversi modi. Poi l’ho aperta, questo è vero, uscendo lentamente e vedendo il mondo esterno.
L’ho trovato interessante e ho anche bruciato le tappe, mi sono fatta male e sono tornata di nuovo nel mio rifugio in cerca di protezione. Con il tempo mi sono resa conto che l’unica cosa che devo fare per vivere davvero la mia vita come Donna e come Artista è non aver paura delle mie paure. Sto esplorando il mondo fuori la gabbia, scopro una nuova Ester, destrutturo le convinzioni della vecchia me, mi incoraggio, provo, sperimento e capita che mi deludo, cedono le illusioni, provo comunque qualcosa di estremamente importante: provo a conoscermi.
L’erotismo e il mondo BDSM nei tuoi lavori sembra più concettuale che illustrativo, quasi un elemento liberativo. Cosa ti interessa davvero di quell’universo simbolico? E quali reazioni speri di suscitare nello spettatore?
Sembra un paradosso ma nella costrizione delle catene, dei lacci, delle fasce che stringono vorrei dare quel senso di oppressione che ti porta ad un luogo che è altrove, oltre il corpo. sentirti legato ed essere costretto in realtà è un invito ad andare via, oltre ed altrove. Il bdsm e la sessualità kinky per me sono la sublimazione di un atto erotico, dove il corpo viene coinvolto intero, nudo e vivo.
Spesso tu diventi protagonista delle tue narrazioni. Trovi più difficile rappresentare te stessa o gli altri nei tuoi disegni?
Potrei dire di essermi incontrata da poco e sto facendo amicizia con me stessa, sicuramente è più difficile disegnarmi perché essendo in una fase di esplorazione e conoscenza cambio e capisco di me minuto dopo minuto, è così però che avviene la meraviglia dell’incontro fra la te che pensi di essere e quella che la tua mano disegna.
Lo trovo molto interessante e complesso, perché devi vederti con un occhio oggettivo allontanandoti dall’ idea non soltanto di chi credi di essere, ma da chi vorresti essere. Così quello che provo a fare è capire chi sono ORA e fermarlo il prima possibile sulla carta, autoritrarmi nel momento presente. Richiede distacco ed è quello che sto mettendo in atto con il lavoro sulle illustrazioni autobiografiche. Disegnare gli altri lo trovo estremamente divertente e difficile ma nulla di ciò che è difficile nel disegno mi spaventa, mi invoglia molto a migliorare.
«L’erotismo è sempre una questione di sguardo e di controllo», scrive Laura Mulvey: nei tuoi lavori le donne sembrano sottrarsi allo sguardo dominante. Che tipo di frattura cerchi di aprire tra chi guarda e ciò che viene mostrato?
Quello che vorrei dicessero le mie figure se potessero parlare allo spettatore è: “Io mi amo, sono piena di me” e dovremmo imparare a pronunciare a noi stessi queste parole, così da non fare in modo che gli altri scelgano la nostra vita. Vorrei che queste fratture, che tutti noi abbiamo, siano accettate nella loro natura e colmate di un amore ed un senso di abbondanza che proviene da una nostra ricerca, non soltanto da un supporto esterno.
Pensi che il piacere, visivo, mentale, sensoriale, possa ancora essere una forma di conoscenza attraverso l’opera d’arte?
Certo, le immagini evocano, e la struttura simbolica delle immagini erotiche ci rimandano a qualcosa che non è realmente disegnato ma ci eleva ad un piano diverso dove senti, percepisci, desideri e, arrivando a questo stato emotivo la mente si schiarisce, un equilibrio si manifesta e tutto diventa più vivido.
Se dovessi scegliere tre parole chiave per definire la tua arte, quali sarebbero?
Mi sto cercando! Oppure, ricerca, abbondanza e creazione.
Se le tue opere avessero una colonna sonora, quale canzone sceglieresti?
Credo qualsiasi cosa abbia cantato Ozzy Osborne possa essere colonna sonora perfetta. Scelgo No more tears.
Ci sono artisti o artiste mentori che senti più vicini per postura, attitudine o radicalità, più che per affinità formali?
Mi rispecchio molto in Caravaggio ed Andrea Pazienza. Per il loro modo di vedere l’arte, per il modo che avevano di entrare dentro la superficie rappresentata e viverla in prima persona.
Hai un desiderio artistico che non hai ancora realizzato?
Infiniti, me ne prendo cura ogni giorno.
Cosa ne pensi dell’intelligenza artificiale applicata all’arte? Il tecnicismo può superare la creatività?
Credo fermamente che un’opera d’arte sia bella per il pensiero che c’è dietro, le ideologie e il messaggio o perché ti fa pensare al tempo trascorso dall’artista per affinare le tecniche. l’emozione trasuda dalle opere solo se c’è un essere umano dietro. Certo’, l’intelligenza artificiale ha molte funzionalità, ma nell’arte dovrebbe rientrare davvero poco. Quello che mi piace del mio lavoro non è l’opera finita, ma è tutto il processo in mezzo, la formazione che richiede, la capacità di immaginare e creare, sognare e rendere reale qualcosa che la tua mente ha visualizzato tramite l’ispirazione. Non rinuncerei mai a questo viaggio.
Se venissi nel tuo studio, cosa troverei? Quadri, libri, piante, tecnologia, dischi…?
Tecnologia non direi tanta, ho un Pc ed uno scanner, nient’altro. Troveresti un caos immenso perché non riesco mai a mettere in ordine. Ho tanti fumetti di artisti che ammiro, libri, fotografie ed ho disegnato e scritto sui muri qualche volta, una delle frasi è “divieni ciò che sei” (Nietzsche)
Cosa ti fa battere il cuore?
Quando penso alla me bambina e quando immagino la Donna che sarò domani. Mi sento molto centrata in quel momento e il mio cuore batte in un modo che mi rende fiera ed entusiasta.
Se dovessi correre un rischio oggi quale sarebbe?
Credo di correrne ogni giorno, facendo quello che faccio, il mio lavoro, la mia ricerca, è tutto un rischio e vale la pena. Il rischio ti offre possibilità, sia belle che brutte e ti sposta dalle tue sicurezze. Impariamo a rischiare.
L’ARTISTA

Ester Cardella è un’illustratrice e fumettista indipendente. Le sue opere combinano temi di erotismo con ambientazioni horror, dark e mitologiche. Le protagoniste dei suoi lavori sono donne forti e indipendenti che sfidano i tabù della società. La sua ricerca si concentra sull’esplorazione della libertà di sperimentare ed esprimere desideri di indipendenza e sensualità. Lavora esclusivamente a mano e ha committenti da parte di tutto il mondo. Le sue ultime pubblicazioni sono la rivista tedesca Feral e l’artbook realizzato con Lo scarabbocchiatore Edizioni.











