Dal 12 settembre 2024 Pirelli HangarBicocca Milano presenta “A Seed Under Our Tongue”, la prima mostra antologica in Italia dedicata a Saodat Ismailova, una delle artiste contemporanee piรน innovative della sua generazione, che lavora allโintersezione tra cinema, suono e arte visiva.
I suoi film e le sue installazioni, con la loro suggestiva iconografia e le loro narrazioni ipnotiche, riflettono sul potere della natura, l’ereditร coloniale e il delicato rapporto tra umanitร e ambiente. Esplorando la memoria collettiva, i saperi ancestrali e la rappresentazione della femminilitร , Ismailova attinge al patrimonio sociopolitico e culturale della sua terra d’origine, l’Asia centrale, per evocare temi universali.
Con nuove produzioni commissionate da Pirelli HangarBicocca, la mostra costituisce la prima rassegna personale dedicata a Saodat Ismailova in unโistituzione italiana. Le opere, che includono film, sculture e installazioni, realizzate dallโartista nella sua ventennale ricerca, sono presentate in un ambiente spaziale appositamente concepito. Riflettendo sul concetto di trasmissione โ di conoscenze, cosรฌ come di storie, memorie o territori naturali โ e sulle sue implicazioni, โA Seed Under Our Tongueโ unisce differenti narrazioni, creando un’atmosfera stratificata. Attraverso un’intricata sovrapposizione di ricordi, paesaggi, immagini, tempi e storie diversi, personali e collettivi, i visitatori si trovano immersi in una complessa realtร culturale, sociale e politica.
Saodat Ismailova (Tashkent, Uzbekistan, 1981. Vive e lavora tra Parigi e Tashkent) รจ una filmmaker e artista appartenente alla prima generazione uzbeka dellโera post-sovietica. Intrecciando memorie, miti, rituali e sogni con elementi della vita quotidiana, i suoi film esplorano la cultura sedimentata e ricca della sua regione, crocevia di diverse realtร , migrazioni e retaggi coloniali. Attingendo alla sua storia personale, Ismailova indaga la dimensione collettiva della memoria e la resistenza all’impatto delle attivitร umane sull’ambiente. La sua ricerca spazia da saperi ancestrali e pratiche tradizionali, a storie piรน recenti. Nellโincorporare filmati d’archivio o elementi tessili locali, contribuisce inoltre a preservare attivitร o tradizioni artigianali che rischiano di scomparire. In questo modo, Ismailova rielabora il passato coloniale e con esso la questione dell’identitร nella regione, coniugando miti e pratiche animiste con i sogni delle persone che abitano queste terre.
Penso che il cinema sia come un contenitore, che trasporta e ricorda tutto”
Saodat Ismailova
Il titolo della mostra, “A Seed Under Our Tongueโ, รจ un riferimento alle nuove opere esposte: tra queste il film in progress Arslanbob (2023-24) e le sculture collegate, il seme d’oro di Amanat (2024) e il calco in resina di una grotta in The Mountain Our Bodies Emptied (2024). Prendendo spunto da una leggenda locale โ che parla di un seme di dattero nascosto sotto la lingua e tramandato attraverso epoche e persone diverse fino a trasformarsi โ la mostra riunisce dodici opere, sei film e sette sculture, che esplorano il concetto di trasmissione e l’idea, nelle parole dell’artista, “che siamo responsabili delle sette generazioni che ci hanno preceduto e delle sette che verranno dopo di noi”.
La trasmissione, tema ricorrente nellโopera di Ismailova, comporta il rischio della perdita, ma contiene anche le nozioni di ciclicitร e circolaritร . Allo stesso modo, la struttura della mostra riflette e ruota intorno a queste implicazioni, seguendo le storie dei due principali fiumi dell’Asia centrale, l’Amu Darya e il Syr Darya (Oxus e Jaxartes in greco), le cui acque un tempo alimentavano l’ormai arido Lago d’Aral. Disegnato in collaborazione con lo studio di architettura Grace di Milano, il layout di mostra si sviluppa tra le due grandi installazioni a tre canali che racchiudono lโintero spazio espositivo: Stains of Oxus (2016) e Arslanbob (2023-24), film girati rispettivamente sulle rive dell’Amu Darya e nellโarea oltre il Syr Darya, nell’attuale Kirghizistan. La mostra ripercorre metaforicamente il viaggio del seme di dattero โ dal suo inizio, conservato nella bocca di una figura mitica di nome Arslanbob, fino al suo dono a colui che sarebbe diventato il piรน importante e noto mistico dell’Asia centrale, Akhmad Yassawi, che con esso fondรฒ la foresta di noci nota col nome di Arslanbob โ sottolineando la natura contraddittoria di qualsiasi forma di trasmissione, che consente a un dattero di farsi noce.
LA MOSTRA
La mostra si apre con Stains of Oxus (2016), film che segue il corso del fiume Amu Darya/Oxus, raccogliendo i sogni delle persone che vivono lungo le sue sponde e raccontando la trasformazione del suo paesaggio, in particolare il drastico ridimensionamento subito durante i piani d’irrigazione sovietici. Nella regione, i sogni rappresentano un mezzo per mettersi in contatto con gli antenati e ricevere i loro messaggi. Lโopera, come spiega lโartista, “รจ un viaggio topografico, dalla sorgente al delta del fiume, e solleva domande sull’ecosistema e sul paesaggio dell’Asia centrale, ma anche sulla tradizione del prendersi cura e del legame con i corpi idrici. Il film evidenzia in modo poetico il problema della cattiva gestione dell’acqua nella regione”.
In modo simmetrico rispetto a Stains of Oxus, all’estremitร opposta della mostra troviamo Arslanbob, l’ultimo film di Ismailova, ancora in lavorazione, girato nellโomonimo noceto del Kirghizistan meridionale e sul vicino monte Sulaiman-Too, antico luogo di culto dell’Asia centrale. Sito avvolto da unโaura mistica e luogo di pratiche pre-islamiche, si trova nella fertile Valle di Ferghana, una delle aree piรน densamente popolate del mondo. Traducibile letteralmente come “la porta della tigre”, Arslanbob si collega anche ad altre opere della mostra, come la scultura in vetro A Guide (2024), oggetto ibrido in vetro composto da ossa di una mano umana e da quelle di una zampa di tigre.
Al centro dello spazio, due aree di proiezione, una di spalle lโaltra, presentano in loop quattro film. Da un lato, The Haunted (2017) รจ un incontro simbolico e suggestivo con la tigre del Turkestan, estinta in epoca sovietica in seguito al processo di industrializzazione. L’animale diviene metafora della ricchezza di tutte le lingue, memorie e paesaggi che stanno scomparendo o che vengono alterati da sistemi di controllo e di potere. Considerata un archetipo sacro e messaggero degli antenati, la tigre continua a vivere oggi nella memoria collettiva e nei sogni delle persone. Il film si alterna a 18,000 Worlds (2023), basato su un montaggio di filmati raccolti nellโarchivio dell’artista nel corso di anni. Lโopera รจ ispirata alla concezione del filosofo persiano del XII secolo Sohrawardi, secondo cui noi viviamo in uno dei 18.000 mondi che compongono l’universo: unโidea, questa, che Ismailova ha appreso dalla nonna, figura centrale per la sua formazione. Il film riflette anche sullโidea di resistenza e di speranza di fronte a una globalizzazione inevitabile, presentando mondi e voci differenti che si oppongono al suo impatto.
Dallโaltro lato, Chillahona (2022) si alterna a Two Horizons (2017). Presentata in anteprima in Italia in occasione della Biennale di Venezia nel 2022, Chillahona รจ un’installazione video a tre canali accompagnata da un grande ricamo, che traspone elementi del film nel tessuto. Reinterpretazione moderna del ricamo โcosmologicoโ uzbeko noto come falak, questo oggetto รจ stato disegnato da Ismailova e realizzato da Madina Kasimbaeva: rappresenta una cosmologia in dialogo con le immagini del film, che affronta il senso di vuoto e disordine durante il periodo della Perestrojka in Uzbekistan, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica. Il titolo fa riferimento al numero 40, altamente simbolico nella tradizione, e alla pratica catartica femminile di osservare il silenzio per 40 giorni: Chilla significa infatti 40 in lingua persiana. In unโindagine che abbraccia un mito antico e storia moderna, Two Horizons ruota attorno all’idea di vita eterna. Il film intreccia la leggenda del primo sciamano, di nome Qorqut, che cercรฒ di raggiungere l’immortalitร sfidando la gravitร , con le vicende della stazione spaziale sovietica di Baikonur, sulle rive del Syr Daria, dove Yuri Gagarin orbitรฒ per la prima volta intorno alla Terra nel 1961.
Installate attorno ai film, insieme alle sculture giร citate Amanat, A Guide e The Mountain Our Bodies Emptied, troviamo nuove opere e interventi che sviluppano e danno forma concreta alle storie e ai temi affrontati nelle immagini in movimento. The Haunted (2024), ad esempio, interpreta e traspone visivamente lโomonimo film del 2017 in un pannello tessuto a mano di seta e velluto, coinvolgendo artigiani del luogo e forme d’arte tradizionali e sottolineando anche la concezione che l’artista ha del film come di un intreccio. In una nuova installazione, Ismailova utilizza il crine di cavallo, materiale distintivo nella sua pratica e impiegato un tempo nella regione per segnalare le tombe dei santi o per la produzione di veli femminili. In mostra รจ lโelemento centrale della scultura sospesa lunga 11 metri lungo la quale vengono proiettate le parole del giovane poeta contemporaneo uzbeko Jontemir Jondor. Mentre per il nuovo lavoro che utilizza immagini dโarchivio girate sul monte Sulaiman-Too nel 1928, proiettate su 24 pannelli di seta fluttuanti, Ismailova riflette sul formato del cinema (le proporzioni dello schermo cosรฌ come la velocitร di 24 fotogrammi al secondo) e sulla natura stratificata delle storie, suggerendo ciรฒ che si perde o resta nascosto sotto la superficie visibile.
Infine, la forma del monte Sulaiman-Too, ritagliata e ricamata sulla tenda d’ingresso, che accoglie i visitatori allโinizio del percorso, diventa una lente attraverso cui decodificare la mostra. Lo stesso motivo รจ ripreso nelle cinque sedute all’interno dello spazio espositivo, che ricreano i cinque picchi piรน alti della montagna. Queste forme, ricavate dal rilievo orografico del monte, evocano il senso delle ere geologiche e incarnano un’idea tangibile di stratificazione e di trasmissione attraverso i secoli, connettendo le opere con lโereditร duratura del paesaggio.
L’ARTISTA

Saodat Ismailova ha esposto in numerose importanti istituzioni, tra cui JOAN, Los Angeles (2024); Eye Filmmuseum, Amsterdam, Le Fresnoy – Studio national des arts contemporains in collaborazione con il Centre Pompidou, Parigi (2023); Center for Contemporary Arts, Tashkent (2019); Ilkhom Theatre, Tashkent (2018); Tromsรธ Kunstforening, Tromso, Norvegia (2017).
I suoi film e le sue installazioni video sono stati presentati anche in mostre collettive internazionali come Diriyah Contemporary Art Biennale, Fondazione in Between Art and Film, Venezia (2024), Shanghai Biennale of Art, Sharjah Biennial (2023); Biennale di Venezia, documenta 15, Kassel, (2022); Meet Factory, Praga (2021); Para Site, Hong Kong, Rockbund Art Museum, Shanghai (2019); Lunds konsthall (2018); Yinchuan Biennale (2018).
Nel 2013 Ismailova รจ stata fra gli artisti che hanno rappresentato l’Asia centrale alla Biennale di Venezia, mentre nel 2018 la sua performance musicale dal vivo Qyrq Qyz รจ stata presentata in anteprima alla Brooklyn Academy of Music di New York. Il suo lavoro รจ ampiamente riconosciuto anche in ambito cinematografico, ed รจ stato presentato in rassegne quali, tra le altre, il Festival internazionale del cinema di Berlino (2014) e il Festival internazionale del cinema di Rotterdam (2005). Ha ricevuto numerosi premi, tra cui Eye Art & Film Prize, Amsterdam (2022); Documenta Madrid (2018), Golden Alhambra Award, Granada Cines del Sur Film Festival (2014), Tashkent International Biennale of Contemporary Art (2014) e Torino International Film Festival per il miglior documentario (2004). Nel 2021 ha fondato il gruppo di ricerca Davra, dedicato allo studio, alla documentazione e alla diffusione della cultura e della conoscenza dell’Asia centrale.
INFO
Saodat Ismailova
A Seed Under Our Tongue
12 settembre 2024 โ 12 gennaio 2025
Pirelli HangarBicocca
Via Chiese 2, Milano